Viaggio a Gerusalemme e “Processo contro Gesù”

di Luigi Notaro * –

 

Ho avuto la fortuna, per la seconda volta di visitare la Terra Santa e solo in questo nuovo viaggio vi è stata la possibilità di un maggior coinvolgimento personale. La mia attenzione non era attratta soltanto dalla bellezza dei luoghi che già conoscevo ma potevo fissare meglio la mia attenzione sul Gesù di Nazareth, cercando di soffermarmi meglio sulla persona che aveva percorso quelle strade della Palestina.
La grotta di Betlemme aveva provocato in me sensazioni di grande tenerezza, la cittadina di Nazareth e i luoghi della predicazione del Cristo mi richiamavano alla mente storie e fatti che riguardavano la vita pubblica di questo grande Profeta. La via dolorosa ed il santo Sepolcro rappresentavano i momenti della mestizia e della sofferenza e si respirava nell’aria che in quei luoghi si era consumato l’ultimo atto della vita terrena di Gesù.
Forse a causa delle mie personali condizioni fisiche piuttosto precarie e dopo le lunghe attese in piedi per accedere ai luoghi sacri, quali il Golgota e il Sepolcro, anche se ero stremato, in minima parte potevo avvicinarmi alle sofferenze di Chi nell’orto degli ulivi, aveva chiesto al Padre di allontanare il calice della sofferenza e della tristezza ed era venuto nella storia degli uomini per copiare le loro sofferenze.
Quando percorrevo le strade di Gerusalemme sentivo risuonare le grida di disprezzo dei Giudei verso il Condannato alla crocifissione, percepivo le contraddizioni di quelle stesse persone che solo pochi giorni prima avevano, con grida di giubilo, accolto l’uomo di Galilea a cavallo di un asino.
Mentre ero preso da queste suggestioni, gradualmente, i miei pensieri si spostavano su un evento particolare ed assolutamente marginale, la mia attenzione era attratta dalle problematiche che riguardavano quel processo che si era svolto a Gerusalemme e che si era concluso con la condanna a morte di Gesù.
Cercavo di capire dove era ubicata la casa di Caifa e dove il Sinedrio aveva imbastito una discutibile istruttoria fino alla definitiva pronuncia di condanna per blasfemia. Mi interessava scorgere nei ruderi della Torre Antonia e dell’abitazione di Pilato il luogo dove si era svolta l’ultima fase giudiziaria che si era conclusa con il preteso ricatto dei Sacerdoti a Pilato perchè emettesse la condanna a morte. Infine ero attento a scoprire dove si trovava il Pretorio che risuonava ancora del “Crucifige” gridato con forza dal popolo radunato ed istigato da chi aveva deciso che il Cristo doveva morire.
In quei momenti che avrebbero dovuto spingermi a meditare e a farmi prossimo alla storia di dolore che si svolgeva in quei luoghi, pensavo a fatti forse marginali che avevano un mero rilievo esteriore e che riguardavano l’ingiustizia del doppio processo contro Gesù da parte del Sinedrio e di Pilato. Mi chiedevo se quest’ultimo si era limitato a ratificare quanto già era stato deciso dall’autorità ebraica emettendo una sentenza capitale. Avevo solo chiaro che nei confronti di Gesù non erano state applicate correttamente le regole processuali del diritto ebraico e del diritto romano e non si poteva parlare di giusto processo. Eppure mi ero fermato sulla pietra dove il Nazareno, nell’orto degli ulivi, prostrato a terra, aveva sudato sangue senza poter trovare il conforto dei suoi amici che si erano addormentati. Avevo potuto toccare con la mia mano la punta della collina dove era stata infissa la Croce, e mi ero inginocchiato, con grande sofferenza, dinanzi al Sepolcro, ultima dimora terrena del Crocefisso.
Anche se percepiva che l’aspetto “culturale” della vicenda stava prendendo il sopravvento sul momento della “fede”, trascurando il fatto che questa esperienza richiedeva soltanto accoglienza e vicinanza all'”Uomo dei dolori”, ero distratto e mi perdevo dietro alle questioni che riguardavano quel “processo” celebrato molti anni fa a Gerusalemme.
Al rientro dal viaggio nella Terra Santa, memore delle sollecitazioni che avevano occupato i miei pensieri, ho cercato di recuperare alcuni studi sul “processo a Gesù” per riprendere le questioni che a Gerusalemme non avevano avuto una risposta.
Ho esaminato il contributo di Elio Palombi “Processo a Gesù”, lo scritto di Zagrebelsky “Il Crucifige e la democrazia”, e l’opera collettanea coordinata da Amarelli e Lucrezi “Il processo contro Gesù”.
Nel primo testo Palombi evidenzia che vi fu un conflitto tra la giurisdizione romana e quella ebraica e, solo per trovare un inutile conforto e per confermare la condanna del Sinedrio, Pilato fece ricorso al popolo e alla folla presente, ma si trattò di una volontà popolare apparente e manipolata, un semplice espediente dal sapore vagamente democratico. L’Autore, cercando di uscire dalle tesi difese dai fautori dell’antisemitismo ed a quelle di segno contrario, tenta un’analisi tecnico-giuridica della vicenda, esaminando le varie fasi del processo, e questo tentativo ricostruttivo ha un certo rilievo in quanto l’autore è uno studioso delle regole processuali penali.
Zagrebelsky appunta la sua attenzione su quel consenso popolare che non poteva considerarsi parere demandato alla folla su una condanna da infliggere, dal momento che l’oggetto della richiesta riguardava solo il rilascio di uno degli imputati (Cristo o Barabba) ed ancora rileva come le ragioni di un’apparente democrazia andavano contro quelle della verità. Singolari e particolarmente suggestive sono le pagine in cui l’autore nota un aspetto del comportamento dell’imputato nel processo: Cristo non si difese e si estraniò dal processo ed il tacere, considerato uno strumento di grande forza espressiva, denunciava l’enormità del misfatto.
“Il processo contro Gesù” a cura di Amarelli e Lucrezi, raccoglie contributi di svariati studiosi del diritto romano, analizza gli aspetti più significativi del processo criminale nel mondo antico ed in particolare i due sistemi penali, quello ebraico e quello romano, con riguardo al processo di Gesù. Ogni autore prende le mosse da un versetto dei Vangeli collegato alla vicenda da analizzare, e la ricerca delle fonti, iniziando dai testi evangelici fino all’esame dei documenti ebraici (la Torah, il Talmud o la Mishnah) serve a delineare il contesto culturale in cui si è consumata la vicenda terrena del Cristo. L’intera opera “fa emergere, e non tenta (vanamente) di appianare, i problemi, i dubbi, le aporie germinanti dalle fonti sul processo di Gesù” e anche per questo ritengo che ogni saggio presenta aspetti positivi e di grande interesse.
Alla fine di queste letture devo rilevare che ho accontentato la mia curiosità, forse trovando qualche risposta alle questioni sollevate, ma sullo sfondo resta il rammarico che in alcuni momenti del mio viaggio non ho vissuto nella logica dell’incontro e dell’affidamento a Chi era vissuto circa duemila anni prima in quei luoghi.

 

 

*Luigi Notaro è nato a Napoli il 9 giugno 1945. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, ha svolto con continuità le professioni di docente universitario e di avvocato matrimonialista, nonché di avvocato rotale abilitato alla difesa presso i Tribunali ecclesiastici.
Attualmente è professore di Diritto Ecclesiastico e di Storia e sistemi dei rapporti Stato e Chiesa presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II.
Ha svolto i corsi di Diritto Canonico, Ecclesiastico e di Diritto Pubblico presso la stessa Università.
La produzione scientifica privilegia temi che riguardano la proiezione ed il rilievo nel diritto dello Stato di istituti propri della Chiesa; le dinamiche che riguardano il costituzionalismo statuale con riguardo alla “Costituzione vivente”; il diritto di libertà religiosa, la libertà di coscienza e le obiezioni di coscienza “minori”.

 

 

 

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