Terzo settore e Chiesa

di Luigi Notaro* –

Nell’esperienza italiana, dove si confrontano la presenza organizzata del cattolicesimo ed un modello di stato sociale di servizi, si creano rapporti e spesso situazioni di conflitto tra normative che regolano la solidarietà. Nonostante la differenza tra ordinamento confessionale e ordinamento secolare, nelle leggi che hanno una ricaduta nel sociale vi sono punti di contatto anche in considerazione del fatto che la Chiesa privilegia un avvicinamento alla società civile secondo gli insegnamenti conciliari. Nella “Gaudium et spes” la Chiesa, pur non rifiutando i rapporti di vertice con il potere statuale, rimodula le forme di relazione con la comunità civile con il metodo del dialogo, dell’incontro, della collaborazione nel rispetto della dignità, della promozione dell’uomo e del bene del paese. Con la “Dignitatis Humanae” si fonda la giustificazione del diritto di libertà religiosa sul riconoscimento pieno della dignità della persona, spostando l’attenzione dalle ragioni dell’istituzione ecclesiastica a quella della persona umana.
Le nuove esperienze normative che si riferiscono al campo della solidarietà e costituenti il “sociale” in alternativa al “privato” possono ricondursi per lo Stato alla disciplina del “Terzo settore” e per la Chiesa alla regolamentazione del non- profit come estraneità del fine di lucro, nelle forme di carità svolte dalle istituzioni ecclesiastiche e dai fedeli per perseguire attività sociali di carattere extraeconomico.
La recente normativa statuale che disciplina la riforma del “Terzo settore” ha come riferimenti la legge delega 6 giugno 2016, n. 106 ed il D. Lgs. del 3 luglio 2017, n. 117. Con il primo provvedimento viene attribuito al governo la delega a riordinare la materia speciale relativa al “Terzo settore e la disciplina tributaria”, con il decreto legislativo (“Codice del terzo settore”) viene riordinato e razionalizzato il campo del sociale. La Chiesa nell’esercizio della carità trova utili riferimenti normativi nella legge canonica, nei documenti magisteriali e negli accordi intervenuti con lo Stato.
Si tratta di dinamiche e di interventi che presentano differenze sostanziali. Per lo Stato il terzo settore riveste grande importanza perché risponde a bisogni che esso non riesce a soddisfare e svolge una funzione di produzione ed erogazione di servizi sociali da parte di enti privati in attuazione del principio di solidarietà. Da parte sua la Chiesa continua a svolgere il suo “munus” di aiuto al prossimo e di cura dell’altro, secondo gli insegnamenti evangelici, anche entrando in rapporto con la disciplina del “terzo settore”. In questo caso sceglie di collaborare con la comunità politica e civile mobilitando il laicato per l’attuazione della sussidiarietà orizzontale. Sotto questo aspetto credo che si possa convenire che la normativa statuale nulla ha concesso alla Chiesa dal momento che il principio di solidarietà non è altro che la positiva secolarizzazione del principio cristiano della carità.
Il punto di contatto più significativo tra la nuova legislazione statuale sul “Terzo settore” e la Chiesa lo si trova negli enti ecclesiastici. Detti enti sperimentano nuove modalità di organizzazione per singoli settori di attività e specificamente con riguardo alle attività “diverse” da quelle di “religione e di culto” da loro svolte, che, se anche sono soggette alle norme comuni dell’ordinamento civile, va tenuto fermo il principio: “nel rispetto della struttura e delle finalità dell’ente ecclesiastico” (art. 16 della legge 222/1985).
Certamente la nuova normativa registra una caduta della diffidenza che l’ordinamento dello Stato ha avuto per il passato nei confronti delle attività “diverse” svolte dagli enti ecclesiali e che non rientrano nella religione ed il culto, anche in considerazione che detti enti vanno ad affiancarsi allo Stato nelle sue funzioni di socialità e di solidarietà, attuando nuove modalità di organizzazione di alcuni settori della carità. Un aspetto che non può essere trascurato è il profilo convenienza-vantaggio oppure l’incerta utilità che ne deriverebbe per gli enti in questione di fruire delle regole del “terzo settore”, in ogni caso appare riduttivo pensare che questo percorso avrebbe come unico scopo quello di godere di alcune agevolazioni e di un regime fiscale di favore previsto dalla legge statuale.
Nella pratica attuazione e nell’utilizzo della nuova normativa, appare chiaro che va salvaguardato lo schema proprio dell’ente ecclesiastico garantendo l’identità del gruppo confessionale e la sua specificità per cui, nel caso di “attività di religione e di culto” non potranno applicarsi le norme del “terzo settore”, mentre sono riconducibili alla normativa in questione le attività “diverse” di interesse generale svolte mediante forme di azione volontaria e gratuita.
Solo dopo aver valutato questi presupposti, l'”ente religioso civilmente riconosciuto” (art. 4 d.lgs n. 117/2017) ha l’opportunità di usufruire di questa normativa dello Stato costituendo una separata unità funzionale (“ramo ONLUS” o un “ramo di impresa sociale”) che consenta di individuare un patrimonio destinato ad una attività particolare (scolastica, sanitaria, socio-assistenziale e ricettiva) da gestire autonomamente sulla scorta di un regolamento che disciplini la vita del “ramo” e l’amministrazione delle sostanze destinate ad attività del terzo settore.
In definitiva la scelta di costituire un “ramo” all’interno dell’ente ecclesiastico può comportare alcuni benefici del regime promozionale perché l’ente, conservando la propria struttura e natura, può isolare il patrimonio di appartenenza nel suo complesso dal rischio di insolvenza quando si svolgono attività di interesse generale. In ogni caso la costituzione di un patrimonio destinato al “ramo” del terzo settore servirebbe a non pregiudicare il patrimonio dell’ente destinato alle attività istituzionali ed a conferire maggiore trasparenza delle attività secolari dell’ente confessionale.

*Luigi Notaro è nato a Napoli il 9 giugno 1945. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, ha svolto con continuità le professioni di docente universitario e di avvocato matrimonialista, nonché di avvocato rotale abilitato alla difesa presso i Tribunali ecclesiastici. Attualmente è professore di Diritto Ecclesiastico e di Storia e sistemi dei rapporti Stato e Chiesa presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II. Ha svolto i corsi di Diritto Canonico, Ecclesiastico e di Diritto Pubblico presso la stessa Università. La produzione scientifica privilegia temi che riguardano la proiezione ed il rilievo nel diritto dello Stato di istituti propri della Chiesa; le dinamiche che riguardano il costituzionalismo statuale con riguardo alla “Costituzione vivente”; il diritto di libertà religiosa, la libertà di coscienza e le obiezioni di coscienza “minori”.

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