Risarcimento danno sanitario: come applicare le Tabelle milanesi

di Federica Vallefuoco –

La Cassazione interviene sul risarcimento del danno sanitario, in particolare sull’applicazione delle Tabelle milanesi per calcolarne il valore (Cassazione civile sez. III, 13/12/2019 n. 32787).
La Corte d’Appello aveva condannato F. al risarcimento del danno non patrimoniale per l’aggressione “di selvaggia ferocia”, conteggiato nella misura del 10% del danno biologico.
La vittima del danno però ricorre in Cassazione, sostenendo che il danno morale ed esistenziale non sarebbe stato correttamente valutato dai giudici di merito, i quali si sono strettamente attenuti alle Tabelle milanesi senza considerare la particolare sofferenza e disagio del caso specifico, maggiore della media, ampiamente provato nel corso del giudizio.
La controparte resistente osserva invece che non era stata dimostrata la maggiore sofferenza della vittima dell’aggressione, e che non sarebbe possibile indurre la Corte di legittimità a rivalutare la fattispecie in concreto.
La Cassazione inizia osservando che esiste un lungo percorso giurisprudenziale, a partire dalle sentenze delle Sezioni Unite dell’11 novembre 2008, secondo cui il danno alla persona, pur dovendosi commisurare in relazione a specie o tipologie di danno ontologicamente differenti e ugualmente rilevanti (quale il danno biologico e il danno morale), costituisce una voce di danno che merita un’unitaria e complessiva considerazione in riferimento alla vittima.
Allo stesso tempo la valutazione standardizzata, secondo l’id plerumque accidit, che si è diffusa nelle prassi con l’introduzione delle tabelle medico-legali, non deve condurre a un’applicazione stereotipata e automatica delle tabelle sì da sacrificare i diritti personalissimi sottesi, dovendo il giudice motivare la sua decisione in relazione alle circostanze del caso.
Conseguentemente il giudice, in presenza di specifiche circostanze di fatto, può procedere alla personalizzazione del danno entro le percentuali massime di aumento previste nelle stesse tabelle, dando adeguatamente conto nella motivazione (cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 11754 del 15/05/2018).
Le Tabelle milanesi sono ancor oggi il parametro maggiormente utilizzato dalle Corti di merito per “misurare” il danno in termini equitativi che non sconfinino nell’arbitrarietà, atte a circoscrivere la discrezionalità del giudice nella valutazione della somma fornendo una guida univoca.
Secondo la Cassazione è certamente da confermare l’orientamento che sino ad oggi ha ritenuto che nella liquidazione del danno non patrimoniale sia condivisibile il ricorso ai parametri tabellari elaborati presso il Tribunale di Milano. Tuttavia il giudice, in presenza di specifiche circostanze di fatto, può procedere alla personalizzazione del danno entro le percentuali massime di aumento previste nelle stesse tabelle, tenendo conto della percentuale media considerata di danno morale, dando adeguatamente conto nella motivazione della sussistenza di peculiari ragioni di apprezzamento meritevoli di tradursi in una differente (più ricca, e dunque, individualizzata) considerazione in termini monetari.
In linea con tale impostazione, la Corte di legittimità ha da ultimo chiarito che qualora il giudice proceda alla liquidazione equitativa in applicazione delle tabelle predisposte dal Tribunale di Milano, può superare i limiti minimi e massimi degli ordinari parametri previsti da dette tabelle solo quando la specifica situazione presa in considerazione si caratterizzi per la presenza di circostanze di cui il parametro tabellare non possa aver già tenuto conto (Cass. Sez. 6, Ordinanza n. 14746 del 29/05/2019).
Spetta quindi al giudice di merito far emergere e valorizzare, dandone espressamente conto in motivazione, specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, legate all’irripetibile singolarità dell’esperienza di vita individuale in quanto caratterizzata da aspetti legati alle dinamiche emotive della vita interiore o all’uso del corpo e alla valorizzazione dei relativi aspetti funzionali, di per sé tali da presentare obiettive e riconoscibili ragioni di apprezzamento (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 2788 del 31/01/2019).
Nel caso in questione sono state applicate le Tabelle milanesi in misura percentuale di conseguenze ordinarie che una determinata menomazione presumibilmente riverbera sullo svolgimento delle attività comuni ad ogni persona. Infatti i giudici di merito avevano ritenuto che i fatti dedotti non avessero comportato nel soggetto “fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita” ovvero “uno sconvolgimento dell’esistenza obiettivamente accertabile” tali da giustificare detto sconfinamento ai fini di una personalizzazione; dall’altro, avevano ritenuto che la prospettazione del danno ulteriore da personalizzare fosse stata generica, postulando meramente un patema d’animo conseguente alle lesioni, già compreso nei bareme delle Tabelle.
Rileva osservare che la parte ricorrente, sul punto, insiste nell’assumere che occorre invece valutare l’obiettiva sofferenza, i patemi d’animo o le difficoltà relazionali che un’altra persona, con la stessa menomazione fisica, non avrebbe in ipotesi parimenti sofferto. La Corte d’Appello aveva orientato la propria ricerca non a qualcosa di peculiare, ma a qualcosa di radicalmente stravolgente, ricercando quindi l’”eccesso”, e non la “peculiarità” e il “non ordinario”.
Soprattutto la Corte di merito non aveva considerato se il fatto illecito violento, di natura dolosa, da cui è derivata la lesione alla persona, meritasse una particolare e separata valutazione in termini di danno morale quando comunque si chiedeva una personalizzazione del danno.
Secondo la Cassazione, nel caso di specie la valutazione non è stata svolta con la necessaria accuratezza, soprattutto in riferimento alle circostanze e modalità con cui si è verificata la lesione volontaria (in termini di aggressione fisica), non comparabile alla sofferenza psicologica derivante, in ipotesi, da una lesione di origine colposa o casuale.
La valutazione, che è risultata stereotipata e frutto di un automatismo risarcitorio non voluto neanche dal legislatore (cfr. art. 138 Cod. Ass.), dovrà essere pertanto svolta alla luce dei suddetti criteri, dovendo risultare, nella motivazione, se e come il giudice abbia considerato tutte le circostanze del caso concreto per assicurare un risarcimento integrale del pregiudizio.

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