Il remake di Ghost in the Shell con Scarlett Johansson divide i fan

di Lorenzo Ferretti –

 

Quando si parlò di un live action dedicato alla celeberrima saga di Masamune Shirow il mondo del web si divise tra chi puntava sulla Johansson, nei panni dell’affascinante Maggiore Motoko Kusanagi, protagonista della saga, e chi invece urlava all’ennesimo caso di ‘whitewashing’, ovvero far interpretare ad attori di razza bianca personaggi appartenenti ad etnie differenti.
Ora che il film è nelle sale, i fan si dividono di nuovo: da un lato chi lo considera potente, sincopato, con la giusta dose di silenzi, e loda le fissità espressive della Johansson; dall’altro chi parla di un involucro (shell) senz’anima (ghost), criticando un remake che sembra sminuire la saga originale facendone una sorta di videogioco in realtà aumentata e nulla più.
La verità sta nel mezzo e per giudicare questo film con sufficiente obiettività occorre prima di tutto riflettere sul fatto che riassumere in due ore la complessa filosofia di una saga pluridecennale come ‘Ghost in the Shell’, il cui primo capitolo fu pubblicato nel 1989, è un’impresa titanica che è virtualmente impossibile realizzare tramite un’unica pellicola. Il rischio era quello di osare troppo, tradendo lo spirito della saga ma Rupert Sanders, regista del film, ha tenuto ben presente questa verità e ha reinventato e ‘limato’ il materiale di riferimento, regalando un film che, pur lontano dai canoni stilistici dell’opera originale, resta godibile e può essere quasi interpretato come un ‘aggiornamento’ dedicato alle nuove generazioni.
Nelle trasposizioni precedenti, quelle animate, il senso di disagio, il valore dei silenzi e i dialoghi criptici la fanno da padrone, lasciando ai fan la sensazione di non aver afferrato appieno la portata del messaggio e, analizzando la versione di Sanders è possibile percepire l’eco di qualcosa di simile. Infatti, che si sia fan della saga o meno, la sensazione più insistente che permane, anche dopo aver guardato il film, è quella che molto non sia stato detto e fa desiderare di approfondire il complesso mondo di ‘Ghost in the Shell’.
Si potrebbe quasi dire che Sanders abbia dosato i riferimenti col contagocce, invitando il pubblico a chiedere a gran voce un sequel.
Dal punto di vista tecnico, il film è una gioia per gli occhi: ologrammi dovunque, strane strutture dall’aria quasi eterea ed elementi di cibernetica sparsi per le strade scompaiono una volta giunti in vicoli degradati e silenziosi. Impossibile non immergersi in quei vividi scenari: in questo gli autori si sono dimostrati fedeli alla saga originale più di quanto si possa pensare ad una prima visione.
Il cast, multietnico, ha dato, in generale, buona prova di sé: è un piacere osservare sul grande schermo l’evoluzione di Motoko nella resa della Johansson e le scene insieme all’amico e collega Batou (Pilou Asbæk). Inoltre, Michael Pitt, nei panni di Hideo Kuze, si dimostra un villain azzeccato, a metà tra un mostro di Frankenstein e un ragazzino smarrito, anche se diverso dall’originale.
Menzione d’onore per ‘Beat’ Takeshi Kitano, mostro sacro in patria: ora è dura immaginare qualcuno di diverso nei panni del distaccato Aramaki, a capo della Sezione 9 di cui fanno parte Motoko e Batou.
Il ‘Ghost in the Shell’ di Sanders, più una libera reinterpretazione che una citazione continua, non osa molto e non piacerà a tutti i fan ma senza dubbio merita un sequel per approfondire quanto in questo primo capitolo è stato solo accennato o messo da parte.

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