Matrimonio canonico e civile: punti comuni e differenze

di Luigi Notaro –

1) La nozione di matrimonio comunemente intesa.
Il termine “matrimonio” è accostato alla parola “madre” in quanto la madre provvede ai figli con la procreazione, ne cura la crescita, concorrendo al ricambio generazionale, ma se si indaga più a fondo e si coglie il momento della solidarietà coniugale, il matrimonio è visto in relazione al bene dell’uomo e della donna che con un accordo si danno, per il futuro, vicendevole aiuto.
Mettendo da parte definizioni che possono apparire suggestive e guardando all’evoluzione dell’istituto matrimoniale, attualmente si assiste alla perdita graduale di rilevanza di questo istituto ed anche se non appare del tutto superato il concetto di famiglia fondata sul matrimonio, sempre più spesso si incontrano nella nostra realtà societaria “famiglie di fatto” che sorgono e si costituiscono con un accordo di convivenza. A voler indagare sulle ragioni di questa scelta di vita si potrebbe ipotizzare che essa è da considerarsi più semplice e forse meno vincolante, ma nella realtà concreta, quando questo rapporto “di fatto” diventa fermo nel tempo e specialmente in seguito alla nascita dei figli, sorge la necessità di disciplinare diritti, doveri e obblighi tra le parti, tra i genitori ed i figli ed ancora di più si richiede al legislatore di approntare una normativa tesa alla tutela della filiazione.

2) Caratteri propri della normativa civile.
Il matrimonio civile, come istituto giuridico, presuppone l’esistenza di una legislazione specifica idonea a regolamentare il momento della nascita della relazione tra due soggetti, la forma richiesta per una valida celebrazione e la realtà coniugale e familiare che ne consegue e tale normativa può avere valenza privatistica e pubblicistica.
Nella prima ipotesi il riferimento è alla scelta libera che avviene tra due persone, nell’altra ipotesi la normativa acquista valenza pubblicistica in quanto regola il rapporto coniugale e familiare e ha uno specifico rilievo sociale, in questo caso diviene necessario l’intervento dello Stato che è chiamato a disciplinare la materia matrimoniale.
Nell’ambito della legislazione civile va fatta una prima distinzione con riferimento alla natura e alla forma delle leggi.
In ragione della natura delle leggi l’ordinamento prevede un numero limitato di norme che entrano a pieno titolo nella Carta Costituzionale (fonti primarie), godono di una certa stabilità e incidono sul sistema matrimoniale vigente. Basti pensare all’art. 29 che regola i rapporti etico-sociali e prevede che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Da questa regola costituzionale discendono alcuni principi: il matrimonio è posto a fondamento della famiglia società naturale a cui lo Stato riconosce precisi diritti quali la tutela dell’uguaglianza dei coniugi al fine di impedire qualsiasi limitazione per ragioni di razza, censo e religione ed obiettivo della legge è la garanzia dell’unità familiare ed il carattere monogamico del rapporto.
In ragione della forma molte norme dell’ordinamento civile, oltre ad assumere un posto subordinato nella gerarchia delle fonti (fonti secondarie), sono passibili di modificazione o abrogazione attraverso un procedimento ordinario contribuendo alla modifica del sistema matrimoniale e familiare. Il procedimento che porta alla abrogazione delle leggi e alla strutturazione di nuove norme dipende dalle maggioranze politiche che si succedono nel governo del paese e rispecchiano quelle che sono le variazioni dei modelli di vita che intervengono nella società civile. Si pensi alla disciplina dei casi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio (legge del divorzio del 1970) che ha avuto un immediato rilievo sulla natura del vincolo matrimoniale abrogando il principio della indissolubilità del matrimonio previsto nella normativa antecedente. Ancora più significativo è il procedimento legislativo che ha portato alla riforma del diritto di famiglia nel 1975. Tale riforma ha modificato la disciplina dei rapporti personali dei coniugi e il regime patrimoniale della famiglia (separazione e comunione dei beni). Infine non vanno taciute le nuove leggi approvate a tutela dei rapporti interni alla famiglia di fatto con particolare riguardo alla parte più debole e ai figli nati fuori dal matrimonio.
Come si vedrà in seguito le differenze che esistono tra la normativa civile e la normativa canonico-ecclesiale hanno una ricaduta nella costruzione del sistema matrimoniale.

3) L’ordinamento canonico-ecclesiale e sua evoluzione.
Le leggi canoniche presentano caratteri completamente diversi da quelli prima evidenziati e che riguardano l’ordinamento civile. Preliminarmente va rilevato che l’ordinamento ecclesiale comprende norme di diritto divino e norme di diritto ecclesiastico. Le prime sono irreformabili e su queste non vi può essere intervento modificativo del legislatore mentre le norme di diritto ecclesiastico possono subire modificazioni conseguenti ad eventi particolarmente rilevanti nella vita della Chiesa come è stato il Concilio Vaticano II, oppure sono intervenute necessità di politica eclesiastica che hanno indotto il legislatore alla revisione del sistema processuale che, con il M.P. “Mitis Iudex Dominus Iesus”, ha introdotto procedure più semplici e spedite nel processo matrimoniale canonico .
Per comprendere le modificazioni più significative intervenute nel corso degli anni è necessario esaminare l’evoluzione della legislazione ecclesiastica fino alla nuova codificazione del 1983 e all’introduzione della recente riforma del processo matrimoniale.
A) Nel codice Pio Benedettino del 1917 non si trovava una definizione del matrimonio ma si privilegiava il momento tecnico-giuridico del contratto e la dottrina, ritenendo che l’essenza del matrimonio fosse strettamente legata al negozio giuridico, individuava l’oggetto del consenso nella “reciproca donazione, in perpetuo ed in modo esclusivo, del diritto di compiere, l’uno sul corpo dell’altro, atti idonei alla procreazione della prole”.
B) Con il Concilio e con la riscoperta e la rivalutazione dei valori fondamentali della persona (Gaudium et Spes) si accentua il momento spirituale ed il matrimonio viene visto come “intima comunità di vita e di amore coniugale” che scaturisce dal patto che interviene tra gli sposi.
C) Nella nuova legislazione canonica si ribadisce che il matrimonio consiste in una “intima comunità di vita e di amore” nella quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono “prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone” (“sese mutuo tradunt et accipiunt”, can. 1057, 2).
Dall’evoluzione normativa si ricava che l’oggetto del consenso non va più trovato nella reciproca “donazione del corpo” ma il nubente si dona e accoglie “l’intera persona” dell’altro coniuge nella sua essenza spirituale e materiale. In questo cambiamento di prospettiva il legislatore del nuovo codice non ha trascurato l’elemento tecnico giuridico del matrimonio e nel can. 1055 delinea una “comunità per tutta la vita” (“consortium totius vitae”) fondata su un patto (“foedus”) e, per quanto riguarda i fini e gli obiettivi, precisa che il patto nuziale “è ordinato al bene dei coniugi e della prole ed è elevato alla dignità di sacramento”. Tutto ciò significa che viene superata, ma non accantonata definitivamente, la precedente concezione puramente contrattualistica del matrimonio, dove l’oggetto del consenso veniva individuato nel mero scambio dei diritti e doveri ed il riferimento era al corpo dell’altro, ma un rilievo importante assume l’alleanza comunitaria tra uomo e donna per tutta la vita (“consortium totius vitae”) che ha come fine l’unione materiale e spirituale “di e per tutta la vita”.
In questa ottica si modificano le linee portanti del sistema matrimoniale per cui oggetto materiale del consenso sono gli sposi, l’oggetto formale va individuato nelle modalità attraverso le quali vengono assunti i doveri propri dello stato coniugale e il riconoscimento nell’altra persona dei diritti derivanti da tale stato, mentre la causa tipica del negozio matrimoniale è la costituzione di una comunità per tutta la vita (“consortium totius vitae”) che assurge anche al ruolo di “essenza” del matrimonio come unione coniugale e familiare.

4) Il consenso matrimoniale. Il carattere contrattuale e sacramentale del matrimonio.
Nella ricerca della natura giuridica del matrimonio emerge un dato particolarmente rilevante che vede il “consenso” come elemento centrale per la nascita del rapporto matrimoniale, consenso che presenta precise caratteristiche e consiste nell’emissione di un atto di volontà, espresso liberamente e senza limitazioni. Il diritto canonico attribuisce preminente importanza al momento della perfezione del consenso, ne chiede l’assoluta pienezza e libertà e non ammette che al difetto di consenso possa supplire alcuna autorità umana o divina e nemmeno il decorso del tempo può avere alcun rilievo.
In seguito al manifestarsi di tale volontà consensuale sorge il rapporto matrimoniale che non assume solo i caratteri del contratto ma anche quelli del sacramento, quindi nel matrimonio canonico si sovappongono il momento metagiuridico sacramentale e quello eminentemente giuridico del contratto, caratteri questi che vanno visti e considerati unitamente.
La sacramentalità è un effetto che si produce per volontà dell’ordinamento, che prende atto di una Volontà Superiore (“a Christo Domino ad sacramenti dignitatem inter baptizatos evectum est”, can. 1055), e questo carattere sorge insieme al perfezionamento della fattispecie contrattuale. Il reale incontro delle volontà consensuali (“matrimoniale foedus”) fa sorgere il contratto ed il sacramento, qualora vi sia una anomalia che incide sulla corretta emissione del consenso (vizi o difetto del consenso) non vengono in vita nè l’uno nè l’altro
Il sacramento eleva in dignità, ma non sopprime nella sua natura la caratteristica di opzione temporale propria del matrimonio e specialmente quella più intima che riguarda il rapporto umano che lega l’uomo alla donna. Da quanto detto si ricava che il matrimonio contratto nella fede tra battezzati è anche un sacramento e le proprietà essenziali di questo vincolo sono l’unità ed l’indissolubilità, intese come qualità necessarie e conseguenze dirette della natura sacramentale del matrimonio canonico.

5) Essenza del matrimonio canonico.
Sotto un profilo rigorosamente giuridico assume un rilievo particolare l’individuazione della essenza del matrimonio o meglio la sua ragion d’essere e il fine ultimo per cui è preso in considerazione dal diritto, è disciplinato normativamente ed entra a pieno titolo in un sistema giuridicamente rilevante, inoltre la definizione dell'”essenza” permette di individuare l’identità di questo determinato negozio e lo distingue dagli altri che presentano caratteristiche analoghe (identità giuridica astratta del negozio).
Per una migliore comprensione dell’essenza del matrimonio la dottrina ha distinto il “matrimonio in fieri” contraddistinto dal “patto” fondato sul consenso (“matrimoniale foedus”) e considerato momento costitutivo del negozio e il “matrimonio in facto” che scaturisce dal patto ed è individuato nel “rapporto coniugale” inteso come comunità di tutta la vita (“totius vitae consortium”) che si svolge nel tempo. Questi due momenti del patto e della comunità di tutta la vita vanno visti ed esaminati insieme, anche se occorre evidenziare che i requisiti e gli elementi che il legislatore ha reputato rilevanti nella formazione della volontà matrimoniale vanno individuati al momento dell’emissione del consenso. Nel momento dell’incontro delle due volontà, per dare vita al patto, si concretizzanno i vizi del consenso (errore, violenza e dolo) o il difetto della capacità matrimoniale (amentia, mancanza di discrezionalità di giudizio e incapacità ad assumere gli oneri coniugali) che possono portare alla nullità del vincolo.
Sempre con riferimento alla ricerca dell’essenza del matrimonio, sembra necessario, ancora una volta, esaminare l’evoluzione legislativa.
Il legislatore canonico nel codice del 1917 considerava essenziale nel matrimonio la reciproca volontà di donare ed accettare scambievolmente, in perpetuo ed in modo esclusivo, il diritto a compiere l’uno sul corpo dell’altro atti idonei alla procreazione. Nella nuova codificazione il patto (“foedus”) rappresenta l’atto per la costituzione di una comunità per tutta la vita (“consortium totius vitae”) che significa alleanza tra l’uomo e la donna, dove il dono dell’uno e l’accettazione dell’altro (“traditio-acceptatio”) devono investire l’intera persona e non solo il corpo e questo vincolo ha come obiettivo la solidarietà nel rapporto ed il bene dell’altro coniuge (cann. 1055,1057).
Alla luce della normativa richiamata sembra corretto dire che oggetto materiale del consenso sono le persone che contraggono matrimonio (gli sposi), l’oggetto formale va individuato nelle modalità attraverso le quali si costituisce il matrimonio, si assumono doveri di stato e si riconoscono i diritti dell’altro e che la causa del negozio, da considerarsi anche essenza del matrimonio, è la costituzione del “consortium totius vitae” per perseguire il bene dell’altro coniuge e la solidarietà scambievole (“bonum coniugum”). L’accettazione incondizionata dei tre “bona matrimonii”, rappresentati dalla dignità sacramentale del vincolo, dalla fedeltà reciproca, dalla procreazione diventa elemento essenziale per la validità del consenso in quanto sono espressione del modo di realizzarsi del matrimonio sul piano naturale e soprannaturale.
In sintesi e per completezza di trattazione va detto che in base ai suoi requisiti il matrimonio si perfeziona con lo scambio dei consensi, ed in quel momento, per la validità del vincolo, si richiede che il soggetto sia libero, abbia piena capacità e venga rispettata la forma stabilita per la celebrazione. Quanto ai fini, non sussiste più (come emergeva dalla legislazione pregressa) una gerarchia tra i fini, il fine primario individuato nella procreazione e nell’educazione della prole, il secondario consistente nel mutuo aiuto e nel rimedio della concupiscenza, ma vi è piena parità tra i fini con una netta prevalenza della solidarietà ed il bene dei coniugi (“bonum coniugum”) unitamente alla generazione ed educazione della prole.
Infine va salvaguardata la pienezza della libertà del consenso (tanto che è possibile apporre delle condizioni al matrimonio) e la purezza del consenso con la previsione degli “impedimenti impedienti e dirimenti” come cause che si oppongono alla celebrazione.

6) Matrimonio come ministero laicale.
Insieme alla prospettazione di ordine tecnico giuridico ed evidenziando che ministri del matrimonio sono gli sposi, occorre rilevare che la realtà matrimoniale che comprende il contratto ed il sacramento appartiene “all’anima laicale della Chiesa”. In queste dinamiche un posto privilegiato è occupato dalla scelta consapevole del matrimonio e dalla conseguente dedizione del laico ad un impegno ministeriale secolare, per cui potremmo dire che lo stato di vita dei coniugati comporta un “supplemento ministeriale”.
Il matrimonio può considerarsi un “ministero” esercitato dai laici che seguono la “vocazione” matrimoniale per assumere uno “status” coniugale pieno, unico ed esclusivo.
Se il matrimonio si considera un “ministero laicale” (complesso di poteri, diritti e doveri) si afferma un concetto dinamico e non statico perchè si adatta ai mutamenti della società civile ed ecclesiale e gli sposi, che sono chiamati a non chiudersi nel “privato”, assumono un ruolo di “mediatori culturali”. Essi accettano esplicitamente un ruolo attivo nella Chiesa e nella società, esercitano il loro “ministero” in linea con quella che è da considerarsi la vocazione tipica del laico nell'”animazione cristiana del temporale”, allora si crea una piena compenetrazione tra la società coniugale, la società ecclesiale e la società civile. Gli sposi con la loro scelta matrimoniale nella fede, partecipano alla realizzazione di una esperienza che si distingue dalle altre perchè trova la sua base in una scelta libera per la costituzione di una comunità per tutta la vita, dove l’obiettivo primario è la solidarietà ed il bene dell’altro coniuge (“bonum coniugum”) e insieme sono chiamati a costituire una famiglia perchè genitori e figli possano contribuire alla missione della Chiesa.
Il momento della scelta personale e la costituzione di un nucleo familiare con la presenza di altre persone (i figli) vanno considerati come un esercizio di una libertà fondamentale senza che possa essere normativamente limitato pena l’alterazione del ministero. I laici che liberamente e consapevolmente contraggono matrimonio seguono una precisa “vocazione” e realizzano la pienezza del loro ministero laicale. Non deve apparire strano parlare di vocazione al matrimonio anche se questa terminologia comunemente richiama la scelta religiosa o sacerdotale, si tratta nel nostro caso di una vera e propria “chiamata” ad assumere uno “status” che comporta consapevolezza dell’impegno a vivere quotidianamente in uno spirito di totale e reciproca auto-donazione al fine di dare vita ad una comunione coniugale e familiare. Lo sposo e la sposa con il loro consenso andranno ad occupare, l’uno nella vita dell’altro, un ruolo qualificato ed unico e poi insieme dovranno contribuire alla crescita umana e cristiana degli appartenenti al nucleo familiare che hanno costituito.
La vocazione personale di chi chiede di sposarsi presuppone la volontà di svolgere quelle funzioni che si concretizzano in compiti di servizio e disponibilità verso il coniuge e la famiglia. Ancora, la vocazione costituisce l’inizio di un percorso ecclesiale e sociale caratterizzato dalla piena libertà di scelta di una nuova condizione di vita ed oltre a rappresentare una risposta ad una esigenza etica e religiosa assume una rilevanza giuridica per cui necessita di una legislazione di cui sopra si è discusso. In ogni caso queste norme regolatrici devono evidenziare l’uguale dignità, la comune responsabilità degli sposi e la coscienza di assumere una condizione ministeriale propriamente laicale.
Anche se lo “stato coniugale” potrebbe apparire solo una struttura giuridica scaturita dal consenso degli sposi, nel momento in cui viene in rilievo il carattere sacramentale del matrimonio, i diritti e i doveri, le prerogative e gli obblighi che caratterizzano questo stato coniugale diventano una “funzione” da svolgere. In questo caso l’interesse dei coniugi converge con l’interesse ecclesiale creando una correlazione e una corresponsabilità tra Chiesa e famiglia e per questo motivo si parla di “piccola chiesa e chiesa domestica”.
Nell’ambito della comunità familiare l’esercizio della “res coniugalis”, ossia il rapporto intimo tra gli sposi nel matrimonio, acquista un ruolo particolarmente importante e non stona con la elevazione a sacramento del matrimonio. In questa comunità sorta per tutta la vita, caratterizzata dalla solidarietà coniugale e tesa al bene dell’altro coniuge, si aggiunge la tensione verso una paternità e maternità responsabili, allora veramente ci troviamo di fronte ad una forma significativa ed espressiva di “ministero” essenzialmente laicale.

7) Il matrimonio civile e la stabilità del vincolo.
L’ordinamento dello Stato contempla tre istituti distinti: il “matrimonio civile”, il “matrimonio canonico” ed il “matrimonio religioso trascritto”. Potrebbe sembrare strano annoverare tra gli istituti presi in considerazione dal legislatore civile il matrimonio canonico dal momento che quest’ultimo presenta una sua autonomia, ha caratteristiche proprie ed è regolato dalla legge canonica. Nel caso del “matrimonio religioso trascritto” la legge civile non entra nella regolamentazione interna del vincolo canonico ecclesiale, ma il riferimento è alla norma concordata tra lo Stato e la Chiesa che disciplina il procedimento di “trascrizione” e permette la rilevanza nell’ordinamento statuale di questo istituto religioso. La trascrizione avviene su impulso dell’autorità ecclesiastica (il parroco) che è obbligato a trasmettere all’Ufficiale dello stato civile l’atto di matrimonio celebrato alla sua presenza.
Anche il diritto civile considera il consenso momento iniziale per la nascita del rapporto matrimoniale, ma l’esigenza prevalente della legge è quella di tutelare la stabilità del vincolo e tutta la legislazione risente di questa caratteristica. Infatti si considera sanabile il rapporto matrimoniale quando viene accertata la ripresa della coabitazione , nelle ipotesi di matrimonio annullabile per il difetto o per vizi del consenso prestato. L’art. 119 c.c prevede che “L’azione non può essere proposta se, dopo revocata l’interdizione, vi è stata coabitazione per un anno” oppure “dopo che il coniuge incapace ha recuperato la pienezza delle facoltà mentali” (art.120 c.c.). Ancora, in caso di violenza ed errore, la legge prescrive che l’azione non può essere proposta se vi è stata la coabitazione per un anno “dopo che siano cessate le violenze o le cause che hanno determinato il timore o sia sta stato scoperto l’errore” art. 122 c.c.).
La distinzione più evidente tra il sistema matrimoniale civile e quello canonico la possiamo trovare nel caso di patologia del rapporto matrimoniale. L’ordinamento canonico prevede la possibilità di azionare un procedimento di nullità senza limiti di tempo in quanto il vizio o il difetto di consenso incide sulla validità del matrimonio ed il rapporto non nasce o nasce viziato e non potrà recuperare la sua vitalità. Se invece si considera la stabilità del vincolo, come esigenza prevalente della legge civile, la invalidità può essere sanata e quando sussiste un vizio o un difetto del consenso e intervenga la coabitazione dopo che siano cessate le cause che hanno prodotto la invalidità, l’azione non può essere proposta.

8) L’essenza del matrimonio civile.
Nei testi legislativi civili manca una definizione di matrimonio, il contenuto dell’istituto e tutte le modifiche intervenute nel corso degli anni trovano una loro giustificazione nelle esperienze sociali e giuridiche che hanno caratterizzato i diversi periodi storici.
La tutela della “stabilità del vincolo” è strettamente connessa con la rilevanza sociale del matrimonio e del rapporto coniugale (rilevanza pubblicistica del negozio), pertanto le “pubblicazioni” (artt. 93 ss.) sono considerate formalità preliminari al matrimonio e le prove della celebrazione (artt. 130 ss.) sono indicative della rilevanza che viene data alla pubblicità dell’atto, da quì il divieto nella legge civile del matrimonio segreto e del matrimonio di coscienza, forme di matrimonio che si trovano nel diritto canonico.
Nella ricostruzione dell'”essenza del matrimonio civile” appare particolarmente rilevante la differenza tra i due sistemi. Se in ipotesi si possono trovare punti di contatto tra i due ordinamenti, nell’ordine dei rapporti civili non può avere alcun rilievo il “consortium totius vitae” che presuppone la natura sacramentale del matrimonio religioso, estranea all’ordinamento civile. Neppure l’accettazione dei tre “bona matrimonii”, quali la procreazione della prole e il dovere di fedeltà, possono essere posti alla base dell’essenza del matrimonio civile. Per quanto riguarda il “bonum prolis”, basti considerare la limitata rilevanza dell’impotenza generandi per il giudice civile, così come per la fedeltà essa rappresenta un dovere reciproco dei coniugi la cui esclusione non può considerarsi causa di nullità (come nel diritto canonico) ma incide solo sull’addebito della responsabilità nelle separazioni personali dei coniugi.
Una volta esclusa la possibilità di individuare l’essenza del matrimonio civile ricorrendo ai caratteri e alle finalità che appartengono al matrimonio religioso, allora occorre far riferimento esclusivo alle norme civili che regolano la materia matrimoniale. In effetti la dottrina e la giurisprudenza hanno ricavato la “essenza” del matrimonio civile, tradotta in una formula giuridica, dalla legge sul divorzio (n. 898/1970) che ravvisa nella “comunione spirituale e materiale dei coniugi”, intesa come “coabitazione”, la sostanza della comunità familiare. In definitiva la “comunione” dei coniugi nulla ha che vedere con il rilievo che il momento iniziale del consenso ha nella costituzione della comunità per tutta la vita (“consortium totius vitae”) propria del vincolo religioso, il richiamo alla”comunione dei coniugi” privilegia la permanenza del rapporto tra i coniugi nel corso della convivenza e questo si lega strettamente al carattere già evidenziato della “stabilità del vincolo”.

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