Laicità e fattore culturale

di Luigi Notaro –

 

Quando si parla di rilevanza del fattore culturale si rischia di fare un discorso astratto e spesso privo di contenuto, pertanto sembra necessario riferire tale indagine ad una comunità e ad una singola persona. Per quanto riguarda la rilevanza culturale nelle scelte personali va trovato il fondamento nel tipo di educazione ricevuta in famiglia, negli incontri più o meno significativi avuti, nel tipo di studi e nelle scelte professionali che ne sono conseguite. Il fattore culturale non ha un carattere generale ma si soggettivizza e diventa concreto in relazione alle singole esperienze ed in rapporto a determinate comunità dove si svolge il percorso di vita sociale. In ogni caso nelle comunità il fattore culturale ha percorsi spesso differenti ed è condizionato dalla storia, dalla politica e da altri elementi esterni che, quando si consolida diventano valori e principi che incidono sulla legislazione e di conseguenza sulle nostre scelte di vita.
L’elaborazione del principio di laicità non è esente da tali dinamiche e se ha riguardato prevalentemente i rapporti tra Stato e Chiesa, ha certamente avuto un rilievo nel nostro essere cittadini e fedeli, appartenenti alla comunità statuale e alla comunità ecclesiale. La laicità, vista come “frutto di culture”, ha trovato una sua prima affermazione nell’età moderna, quando i consociati (laos) hanno riconosciuto liberamente l’ordine di Cesare e quello di Dio e per svariati anni la costruzione del concetto è stata demandata alle elaborazioni filosofiche, sociologiche e di cultura politica; solo recentemente vi è stata una sistemazione di ordine giuridico con la sentenza della Corte Costituzionale n. 203 del 1989.
Tra le ipotesi ricostruttive del concetto di laicità è opportuno richiamare un precedente di ordine storico e fideistico, evidenziando che il cristianesimo è la prima religione che distingue Dio e Cesare ed ha avuto chiaro il principio dualistico e la separazione dei due ordini, quello spirituale e quello civile, ciascuno con sue particolari competenze. Il testo di riferimento è la pagina evangelica di Luca 12, 13-17 dove si discute della necessità di pagare il tributo e la presentazione della moneta raffigurante Cesare. Da una parte vi sono gli Erodiani, fazione molto vicina all’oppressore romano e che ne condividono la politica, dall’altra parte vi sono i Farisei, gruppo che contrasta anche con le armi l’occupazione della loro terra da parte dei Romani. Entrambi questi soggetti tentano di blandire il Cristo proponendo una questione di principio: “è lecito”….., ed una questione di coscienza: ”dobbiamo pagare il tributo a Cesare”?. Appare chiaro che qualsiasi risposta, positiva o negativa, può accontentare un gruppo e scontentare l’altro. Il Cristo, che non solo parla con autorità ma che ben sa uscirsene da tali trabocchetti, chiede che gli venga presentata una moneta corrente, valida per gli scambi di ordine economico, nel contempo osserva che la figura rappresentata su tale moneta è quella di Cesare , per cui non ha alcuna remora a dire ai suoi interlocutori: “restituite a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Dalla pagina evangelica emerge con chiarezza che l’unica risposta che ha dei contenuti precisi è quella che riguarda la restituzione della moneta a Cesare che è il legittimo proprietario, ma non viene detto “pagate il tributo”. A tutto concedere il Cristo forse, per salvaguardare la pace sociale, ha suggerito di sottostare al sistema politico economico e commerciale che veniva imposto da Roma. Dunque se è precisa la risposta per quanto riguarda la restituzione della moneta a Cesare, non emerge invece che cosa è di Dio e quindi va restituito a Dio.
Per una risposta coerente e prendendo spunto dagli insegnamenti del Maestro va detto che a Dio va restituito l’uomo, la persona umana, dal momento che l’immagine di Dio è impressa in ciascuno di noi, perchè siamo costituiti a sua immagine e somiglianza. Se l’uomo con il quale si intrattiene qualsiasi relazione è immagine di Dio, ne consegue il rispetto dei diritti fondamentali di questa persona, della sua dignità che le deriva dal fatto che entrambi siamo figli di Dio. Dunque Cesare non può pretendere la restituzione dell’uomo e non può violare la sua coscienza e coartare la sua sua libertà e dignità. Dalla pagina della Scrittura di Luca possiamo rilevare un fondamentale contributo del cristianesimo alla elaborazione del concetto di laicità come divisione di ordini e di poteri e ancora di più perchè viene proposto il vero significato che assume la “centralità dell’uomo”, fondamento culturale anche della laicità statuale.
Il principio di laicità dello Stato, che è stato oggetto di elaborazioni filosofiche, sociologiche e politiche, ha avuto una sistemazione giuridica nella sentenza della Corte Costituzionale n. 203 del 1989. In detta pronuncia i giudici, per decidere sulla questione di legittimità costituzionale di una norma dell’Accordo, hanno elaborato il principio in questione riferendosi agli artt. 2, 3, 7, 8, 19, 20 della Costituzione, considerandolo principio supremo dell’ordinamento. Per la Corte la laicità implica: “non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni” e “garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà religiosa in regime di pluralismo confessionale e culturale”. Viene delineata, quindi, la figura di uno Stato neutrale, imparziale verso le confessioni (non sceglie alcuna religione facendola diventare “religione di Stato”), che non si serve di obbligazioni religiose per rafforzare i suoi precetti normativi, ma che ritiene necessaria la collaborazione tra la società civile e la società religiosa per lo sviluppo della persona umana, con attenzione anche alle esigenze religiose.
A mio avviso, l’insegnamento che proviene dal messaggio evangelico ha influito sul concetto di laicità, così come elaborato nell’esperienza italiana, a conferma di quanto affermato, è opportuno considerare alcuni punti fermi che riguardano il detto principio. La laicità, non può considerarsi solo un principio rigido ed amorfo, o uno spazio vuoto che annulla le differenze, ma deve ritenersi (questa è la tesi che condivido) uno stile di vita e di pensiero ispirato alle proprie convinzioni con speciale riguardo ai principi religiosi ed al rispetto della dignità della persona. Essa investe l’esperienza intellettuale di ogni cittadino che se credente è da considerarsi anche “fedele”, nel momento che professa propri principi e propri valori cristiani. Lo Stato deve avere attenzione alle istanze religiose che provengono dai suoi cittadini, senza tralasciare il pluralismo che è proprio di uno Stato democratico, salvaguardando la libertà religiosa di ogni suo appartenente. Va altresì aggiunto che, non essendovi una religione di Stato, la neutralità appare essenziale perché la collaborazione con tutte le istanze religiose abbia come base il rispetto di una uguale dignità, allora ne consegue che da parte dello Stato non va tutelata solo la “identità” di tutti i culti, delle culture e delle credenze religiose, ma anche le “diversità” che loro presentano. Ovviamente resta fermo il rispetto, da parte di chi presenta nuove istanze religiose e culturali, dei principi e delle libertà costituzionali che sono propri dello Stato che accoglie.
Quando si parla di “laicità all’italiana” deve considerarsi il contesto in cui si è strutturato questo principio, pertanto non si può ignorare la presenza storica e rilevante della Chiesa cattolica nel nostro Paese; né va ignorato che si tratta di uno Stato sociale, che presume attenzione alle istanze religiose ed ai bisogni spirituali e religiosi che provengono dai cittadini. Da queste considerazioni di ordine storico e giuridico, ne discende che la Chiesa, anche quella istituzionale, non può essere relegata in un ghetto senza che possa intervenire nei fatti di vita che riguardano il cittadino-fedele.
Se è valido il principio che Cesare non può pretendere la piena ed esclusiva signoria sull’uomo (“date a Dio quel che è di Dio”), la Chiesa a mezzo dei suoi Pastori può e deve intervenire quando l’operato legislativo, amministrativo e politico dello Stato incide sulla persona umana attentando alla sua dignità, libertà ed autonomia. Con questo non voglio dire che la Chiesa debba occupare il posto che spetta al legislatore, né che venga disatteso il metodo democratico nella definizione delle leggi ma occorre che lo Stato dia primario rilievo al principio del riconoscimento dell’essere umano con la sua dignità, al primato della coscienza informata ai principi della fede religiosa, alla libertà religiosa come libertà di coscienza, in quanto quest’ultima è presupposto al formarsi del pensiero religioso. Il fedele cattolico non deve accettare il ruolo del “totalmente separato”, ma deve occupare tutti gli spazi culturali per rappresentare la propria laicità responsabile. Ancora oggi ha valore quanto diceva Tocqueville avvertendo sui guasti che potevano provenire dalla “tirannia della maggioranza”, specialmente quando tenta di imporre regole che non riconoscono l’uomo in ragione della sua dignità, e non garantisce l’ordine delle libertà e l’eguaglianza di trattamento.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.