La regola di Francesco: libertà responsabile e di coscienza

Di Luigi Notaro * –

La lettura della “Regula non bullata” del 1221, che la tradizione vuole scritta dal Poverello di Assisi, riserva sempre sorprese. In un mio precedente contributo sul rapporto tra Francesco il diritto e la norma concludevo che, l’opera e gli scritti del Santo si ponevano in un orizzonte lontano dal sistema giuridico vigente al suo tempo. Aggiungevo che nella prima “Regula”, unitamente alle citazioni di brani evangelici da cui scaturivano norme di comportamento (“Haec est vita evangelii Jesu Christi, quam frater Franciscus”) si trovano passaggi che in qualche modo contraddicono alla sua assoluta antigiuridicità.
La tecnica usata nella redazione di questo primo documento, che doveva essere sottoposto all’attenzione del Pontefice, non appare rozza e priva di rigore, ma in esso si riscontra una attenzione nel delineare le regole di vita che Francesco vuole dare ai suoi frati, anche le norme che riguardano l’organizzazione della fraternità appaiono ben delineate quanto alle figure essenziali e alle loro funzioni.
Basti pensare ai passi che trattano della figura del “ministro”. Nella “Regula” viene previsto che “tutti i frati che sono costituiti ministri e servi degli altri frati…e ricordino i ministri e servi che dice il Signore: “non sono venuto per essere servito ma per servire”. Il servizio diventa la cifra essenziale nell’operare di queste persone, tanto che al par. VI con chiarezza si aggiunge: “E nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi i piedi all’altro”.
Subito dopo la trattazione “Dei rapporti dei ministri e gli altri frati” (par. IV) vengono delineate le funzioni che spettano alla singolare figura di “ministro-servo” e tra queste riveste grande importanza la correzione dei frati nelle loro mancanze (par. V) e l’attenzione e la cura che il ministro deve avere per sé e per i suoi fratelli: “E perciò custodite le vostre anime e quelle dei vostri fratelli, perché è terribile cadere nelle mani del Dio vivente”. L’opera di servitore del ministro è rivolta ai “sudditi”, non considerati come soggetti privi di qualsiasi autonomia e volontà ma persone che si sottomettono alla regola con libertà e responsabilità: “Tuttavia tutti i frati che sono sudditi considerino con ragione e diligenza le azioni dei loro ministri e servi”.
Mentre si evidenzia il servizio e la responsabilità, nel testo in questione si rinviene una chiara ipotesi di obiezione di coscienza: “Ma se un ministro avrà comandato ad un frate qualcosa contro la nostra vita o contro la sua anima, il frate non sia tenuto ad obbedirgli; poiché non è obbedienza quella in cui si commette delitto o peccato”(par. V).
Nel passo citato si afferma un diritto del singolo frate di agire sempre secondo coscienza nel rispetto della persona umana che conserva la sua libertà e resta radicalmente se stesso anche quando ha abbracciato il severo percorso indicato da Francesco. In questa ipotesi e credo in tutta l’opera del Frate di Assisi la coscienza ha una posizione centrale unitamente alla libertà di coscienza, ed anche l’adesione dei compagni che vogliono seguire il percorso da lui tracciato è connotata dalla massima libertà, a patto che vi sia una assunzione responsabile delle conseguenze della decisione di aderire alla fraternità. Nella sua “Regula” Francesco ha ben chiaro il concetto di libertà della coscienza e detto principio non è estraneo alla canonistica del tempo, già il Pontefice Innocenzo III, scrive che l’uomo che agisce contro coscienza, agisce per la perdizione della sua anima (“qui aedificat contra conscientiam, aedificat ad Gehennam”).
Nella “Regula II” si ribadisce la funzione di servizio dei “ministri e servi degli altri frati” e quanto a questi ultimi “che sono sudditi, si ricordino che per Dio hanno rinnegato la loro volontà. Per cui fermamente ordino loro di obbedire ai ministri in tutte quelle cose che promisero al Signore di osservare e non sono contrarie all’anima e alla nostra Regola” (par. X). Dunque più sfumata appare l’ipotesi di obiezione di coscienza e, mentre nella prima regola si precisa che il frate non è tenuto all’obbedienza quando il comando è contrario “alla nostra vita e contro la sua anima”, nella nuova redazione l’obbedienza al ministro acquista un carattere preminente anche di fronte ad un comando contrario all’anima e alla regola.
In scritti successivi, e specificamente nei “Verba admonitionis Sancti Patris nostri Francisci”, quando viene trattato il tema dell'”obbedienza perfetta” (par. III), si trova questa precisa esortazione: “Se poi il superiore comanda al suddito qualcosa contro la sua coscienza, pur non obbedendogli , tuttavia non lo abbandoni, e se per questo dovrà sostenere persecuzioni da alcuni, lo ami di più per amore di Dio”. In questo passo appare chiara la preminenza della coscienza che può portare alla mancata obbedienza, ma a questo comportamento deve seguire il non abbandono ed una prevedibile ipotesi di persecuzione. Certamente viene privilegiata la permanenza del frate nella sua fraternità e si chiede che questi non abbandoni il ministro e di conseguenza la comunità dove vive.
Dalla lettura di questi passi non si può trarre la conclusione che Francesco abbia tradito la sua ferma distanza dal sistema giuridico del tempo ma appare chiaro che egli privilegia la libertà del singolo e la sua libertà di coscienza. A conferma di quanto detto basta esaminare quanto si legge nella prima “Regula”: “la regola e la vita dei frati è questa, cioè vivere…e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo”, e nella seconda regola “bullata” viene ripetuto: “La regola e la vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio ed in castità”. Appare quindi chiaro che “regola e vita” nel pensiero di Francesco sono equivalenti e se usate insieme vogliono sottolineare che la “regola” non nasce da un astratto formalismo giuridico ma rappresenta le costanti di un’esperienza spirituale vissuta.
Negli scritti attribuiti al Frate di Assisi non solo trova una sua precisa collocazione e viene enunciato il principio della libertà di coscienza, ma si coniugano in modo equilibrato la libertà, la responsabilità e la vita di comunione, in quanto ognuno è libero di aderire allo schema di vita proposto e questa adesione non comporta una obbedienza soltanto formale ma deve esprimere la compartecipazione, la corresponsabilità e lo spirito di comunione.
La prima “Regula” riporta altri passi significativi per comprendere lo spirito di comunione che deve caratterizzare le fraternità: “Se qualcuno, per divina ispirazione, volendo scegliere questa vita , verrà dai nostri frati, sia da essi benignamente accolto”, ed anche gli altri frati “si guardino bene di non intromettersi nei suoi affari temporali”, anche il ministro deve manifestare la sua disponibilità: “lo riceva con bontà e lo conforti e diligentemente gli esponga il tenore della nostra vita”. Senza tacere che la libera adesione comporta l’accettazione responsabile di un preciso stile di vita: “la Regola e la vita dei frati è questa , cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo”.
In definitiva la lettura delle fonti francescane riserva sempre nuove e suggestive riflessioni: anche di fronte ad una chiara riserva di Francesco verso la norma vigente al suo tempo ed il sistema giuridico, nello specifico si trovano degli spunti che ci dicono l’attenzione del Poverello per la dignità della persona, per la libertà responsabile dei suoi frati, unitamente alla salvaguardia della libertà di coscienza, fino ad arrivare alla previsione esplicita di una obiezione all’ordine ingiusto e contrario alla coscienza.

*Luigi Notaro è nato a Napoli il 9 giugno 1945. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, ha svolto con continuità le professioni di docente universitario e di avvocato matrimonialista, nonché di avvocato rotale abilitato alla difesa presso i Tribunali ecclesiastici.
Attualmente è professore di Diritto Ecclesiastico e di Storia e sistemi dei rapporti Stato e Chiesa presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II.
Ha svolto i corsi di Diritto Canonico, Ecclesiastico e di Diritto Pubblico presso la stessa Università.
La produzione scientifica privilegia temi che riguardano la proiezione ed il rilievo nel diritto dello Stato di istituti propri della Chiesa; le dinamiche che riguardano il costituzionalismo statuale con riguardo alla “Costituzione vivente”; il diritto di libertà religiosa, la libertà di coscienza e le obiezioni di coscienza “minori”.

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