Il rapporto tra giustizia e perdono nella lettera pastorale “Visitare i carcerati”

di Luigi Notaro * –

Il Cardinale di Napoli, attuando l’insegnamento di papa Francesco che vuole una “Chiesa in uscita”, si rivolge alla sua comunità perchè renda “tangibile la misericordia di Dio, in maniera non episodica, ma organica e sistematica” e con la lettera pastorale “Visitare i carcerati” illustra un itinerario di carità particolarmente coinvolgente., non avendo alcuna reticenza nè evasione dallo stato di cose presenti nelle realtà carcerarie ed altre realtà presenti nella sua diocesi.
Nel suo scritto il Vescovo invita a riflettere sulla situazione dei detenuti e sulla coscienza umana esposta ad errori e sbandamenti, si rivolge ai fratelli rinchiusi nelle carceri, a quelli che sono “prigionieri in libertà” perchè condizionati da dipendenze e da schiavitù che logorano l’equilibrio psico-fisico, quali la droga e l’assuefazione ai dispositivi elettronici ed a chi definisce “carcerati liberi” perchè uomini chiusi in se stessi, nella propria casa e privi di speranza.
Pur rilevando che le difficoltà di ordine culturale e di carattere pratico non rendono agevole la pratica concreta della sesta opera di misericordia, di certo la più disattesa tra tutte le altre, nella lettera si legge che l’istanza principale di chi si trova in uno stato di detenzione è quella di essere trattato con rispetto evitando qualsiasi forma di stucchevole consolazione. In questo difficile percorso viene in soccorso la figura del Cristo che si china a terra per scrivere per poi offrire una parola di consolazione liberatoria alla donna che sta per essere lapidata per una colpa conclamata ed accertata. In questa pagina evangelica prevale la logica del perdono e questa persona quando sente parole non immaginate fino ad allora: “Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno” riscopre la dignità della sua esistenza e l’unicità del suo essere. Nelle parole di Gesù viene in evidenza il rapporto tra la giustizia ed il perdono, tra la giustizia come istanza di civiltà ed il perdono che ha qualcosa di divino e lo stretto legame tra le esigenze irrinunciabili della giustizia con quelle superiori del perdono.
Queste dinamiche diventano le linee di fondo ed i presupposti del percorso di carità e di attenzione verso i “carcerati” e le loro famiglie che viene proposto nella lettera pastorale alla Chiesa di Napoli.
I valori “giustizia e perdono”, che appartengono non solo all’ordinamento ecclesiale ma possono essere utili anche al sapere del giurista laico, trovano un chiaro fondamento e sostanza nella giustizia assoluta di derivazione divina, nella centralità dell’uomo e della sua coscienza, nella regola “aurea” della carità che deve colorare ogni comportamento. La giustizia umana non può considerarsi solo un concetto astratto, deve continuare a perseguire gli obiettivi della tutela della società ed irrogare la punizione nei confronti di chi ha commesso reati e questo principio non può essere sminuito. A questo va aggiunto che non si parla solo di una giustizia astratta ma di una giustizia applicata alla esperienza concreta di ciascun uomo che si svolge nella realtà storica ed umana e deve tenere conto della centralità della persona e della sua coscienza. Allora in questo percorso di umanizzazione il “perdono” acquista un suo ruolo significativo e determinante per cui la giustizia coniugata con il perdono ha una sicura incidenza sulla funzione della pena nel senso che impone percorsi di comportamento per la comunità civile ed ancora di più per la comunità cristiana, che si concretizzano nella promozione di itinerari di recupero a fianco del colpevole per infondere fiducia.
In questa logica la giustizia non può apparire solo un percorso che porta alla punizione, connotato dalle regole dettate dalla fredda legalità il più delle volte formale ed astratta, ma è necessario che emerga una “giustizia vera” per ciascun uomo tesa alla cura di chi è stato giudicato colpevole, dalla quale emerga l’attenzione alla concretezza e specificità della persona umana, anche se colpevole. L’unica funzione della giustizia non può consistere nella punizione ma devono prevalere le regole di un “diritto giusto” che ha come obiettivo principale il recupero di vite spezzate e la maturazione del senso di responsabilità inteso come consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Le esigenze irrinunciabili della giustizia che non vengono coniugate con le esigenze superiori del perdono si traducono in una giustizia senza amore, inumana e quindi profondamente ingiusta. Questo percorso privilegiato ha una sua ricaduta nella società civile dal momento che una “giustizia vera”, nei termini indicati, potrebbe evitare situazioni di grave allarme sociale provocate da persone che hanno vissuto e vivono momenti di grande disagio negli istituti di pena e non hanno avuto la possibilità di recuperare la dignità di persona.
Tali concetti non si presentano come astratte elaborazioni dottrinali ma vanno considerati principi ispiratori dei comportamenti concreti che la comunità ecclesiale deve adottare nel momento stesso che attualizza l’opera di misericordia “Visitare i carcerati”. In particolare la Chiesa “esperta in umanità” deve continuare ad “abitare nel carcere”, deve avere come punto di riferimento il “perdono” senza rispondere ad una logica che potrebbe considerarsi “buonista”, deve chinarsi sui carcerati attestando che la vera “giustizia” è tale quando salva e rimette l’uomo in piedi. La comunità ecclesiale, attraverso l’opera di fedeli qualificati e preparati a svolgere tale servizio, è chiamata a “visitare i carcerati”per alleggerire il peso dell’isolamento, facendo lo sforzo necessario al fine di trarre queste persone fuori dall’indifferenza che la società civile spesso riserva.
Unitamente all’attenzione alla persona priva di libertà deve seguire l’incontro con le loro famiglie e deve trattarsi di una partecipazione convinta e tesa ad alleviare le loro condizioni di disagio spesso collegate alla mancanza di mezzi materiali ed ancora di più va considerata la tristezza collegata alla incapacità di questi familiari di elaborare un vero e proprio “lutto” conseguente alla detenzione di un parente.
Acquista un significato pratico e di grande impatto sociale l’accoglienza dei “detenuti in affido”. Questa scelta pastorale si concretizza in un aiuto alle persone “crocifisse della vita”, normalmente considerate “vite di scarto”, affiancandole in un percorso che porti ad un vero cambiamento di vita teso ad un rientro nella società ed ad un successivo reinserimento nella famiglia umana. Non deve essere esclusa la cura delle comunità che devono accogliere l’ex detenuto, indicando modalità e percorsi utili per la comprensione dello stato d’animo della persona ferita, provvedendo, se possibile, ma senza sostituirsi alla società civile ed allo Stato, ad un inserimento nel mondo del lavoro che faccia acquistare una nuova dignità a chi rischia di perderla definitivamente.
Nella lettera pastorale occupa un posto rilevante il ruolo delle parrocchie, queste comunità sono chiamate a strutturare progetti che abbiano come finalità la formazione al perdono e alla riconciliazione. Per una più opportuna conoscenza delle realtà in cui sono chiamate ad operare queste comunità di fedeli si rende necessaria un’anagrafe dei reclusi con susseguente attivazione di pratiche di “adozione” del detenuto e della famiglia, tentando in ogni modo un loro coinvolgimento nell’attività di evangelizzazione e di sostegno.
Non può mancare, all’inizio di questo cammino di grande impegno pastorale, la preghiera rivolta a “Maria Madre di misericordia” perchè accompagni l’opera delle comunità impegnate in questo percorso di carità e di misericordia, affidandoLe tutti i carcerati e le persone che vivono senza speranza come “carcerati liberi”.

*Luigi Notaro è nato a Napoli il 9 giugno 1945. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, ha svolto con continuità le professioni di docente universitario e di avvocato matrimonialista, nonché di avvocato rotale abilitato alla difesa presso i Tribunali ecclesiastici. Attualmente è professore di Diritto Ecclesiastico e di Storia e sistemi dei rapporti Stato e Chiesa presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II. Ha svolto i corsi di Diritto Canonico, Ecclesiastico e di Diritto Pubblico presso la stessa Università. La produzione scientifica privilegia temi che riguardano la proiezione ed il rilievo nel diritto dello Stato di istituti propri della Chiesa; le dinamiche che riguardano il costituzionalismo statuale con riguardo alla “Costituzione vivente”; il diritto di libertà religiosa, la libertà di coscienza e le obiezioni di coscienza “minori”.

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