Il Papa nella Terra di Abramo dilaniata da odi e violenze

Di Luigi Notaro –

E’ difficile pensare a quali risultati concreti possa portare il viaggio del Pontefice in Iraq. Anche se ormai l’eco di questo evento si è spento sui media, resta intatto il valore della testimonianza che, unita al conforto recato alle piccole comunità di cristiani che vivono in quella terra, assume un significato politico ed ecclesiale di grande spessore.
Papa Francesco si è presentato come “un penitente che chiede perdono al cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà”; quindi, addossandosi una qualche responsabilità, si è compromesso pienamente e totalmente nello sfacelo, nella povertà e nella mancanza di speranza che caratterizza i popoli di questa terra Iraqena. Ma quello che più rileva è che il viaggio si pone in continuità con il percorso iniziato ad Abhu Dabi che si è fondato sulla “fratellanza universale” ed ha trasmesso al mondo islamico il messaggio incisivo contenuto nelle parole dell’enciclica “Fratelli tutti”.
Come tutte le novità che creano discontinuità, questo viaggio, tanto atteso e finalmente realizzato, è stato accolto, dalla stampa e dai mezzi di informazione da un coro di approvazione o da una palese indifferenza. Da uno sguardo di insieme si è passati dalla formulazione dell’assurda accusa al Pontefice “di essersi prostrato all’Islam” ed aver “annacquato la fede cristiana” senza annunciarla con franchezza, alla critica infondata che questo viaggio si presenta inopportuno e caratterizzato “da una lettura superficiale ed errata del mondo islamico: riflette un irenismo astratto caratteristico di questo pontificato”. Parlare di irenismo e per di più intendendolo come vuota “aspirazione ideale alla fratellanza universale”, mina alla radice gli intendimenti che hanno spinto il Papa ad affrontare notevoli disagi, dal momento che, secondo questa tesi viene prospettata anche l’inutilità del viaggio che non potrà risolvere le tensioni religiose che portano a sanguinose guerre civili, nè potrà contribuire alla pacificazione tra sciiti e sunniti.
La critica di un vuoto irenismo è un intervento inappropriato e sbagliato, in quanto vuole inserire questo viaggio strordinario e, se si vuole anche drammatico, in una visione che non ha concretezza e non tiene conto del progetto difficile e proiettato nel tempo che vede il Papa impegnato in un concreto discorso di fraternità. Il progetto di papa Francesco ha un contorno ed un contenuto ben individuabile per chiunque sappia avere un approccio libero da sovrastrutture, che non si misura in un tempo breve e non tiene conto che è stato instaurato un clima di giustizia e di fraternità che mancava da tempo in questo paese dilaniato da feroci contrasti. L’ansia e la decisa volontà di andare nel paese di Abramo trova le sue le sue radici negli insegnamenti conciliari e, con un cambio di passo, papa Francesco non si limita ad osservare le cose del mondo da lontano, ma si china in concreto sui bisogni degli uomini al di là di ogni credo, per curare le ferite, e punta a fare della Chiesa un ponte verso il mondo e a renderla attenta a non assumere i tratti dell’indifferenza e dell’individualismo, per recuperare lo spirito della “fratellanza universale” iniziata ad Abhu Dabi, nello stile evangelico proprio del suo pontificato.
Ormai lontani dall’impatto emotivo di quei giorni, a mente fredda possiamo ripercorrere le puntate che hanno caratterizzato questo viaggio, anche al fine di dare una giusta configurazione alle parole e ai gesti che hanno una rilevanza profetica.
Nella piana di Ninive a Qaragosh il Papa lancia un messaggio di riscatto e di speranza e parla di ricostruzione affidandosi alla grazia di Dio e non fa mancare la vicinanza della Chiesa con la preghiera e la carità concreta. La condanna dal terrorismo e dalla strumentalizzazione della religione si coniuga con il rispetto delle differenze e delle diverse tradizioni religiose e per questo Francesco affida alla preghiera il trionfo della cultura della vita, della riconciliazione e dell’amore fraterno.
A Mosul, in mezzo alle macerie causate dal terrorismo e dalla guerra, parla di speranza nei giovani che costruiscono e li chiama “stelle di Mosul”. In questa città afferma con forza che la pace non ha vincitori nè vinti, ma fratelli e sorelle, e che la fraternità è più forte del fratricidio, la speranza è più forte della morte e la pace è più forte della guerra. Il ringraziamento a Dio, padre comune nella fede di Abramo, si accompagna alle bellissime parole della preghiera al Dio della vita, della pace e dell’amore, perchè le promesse di Dio non deludono, e Abramo, con la sua fiducia, prima ha avuto un figlio nella sua tarda età e poi è stato padre di un popolo numeroso. Dalle parole e dai gesti si può desumere che papa Francesco non è venuto in Iraq a confortare solo i fratelli cristiani, ma è venuto a lanciare un appello a quanti credono nel Dio unico, perchè mettano in comune il desiderio di pace, di giustizia e di conciliazione.
Acquista un rilievo importante, sotto il profilo politico e diplomatico, l’incontro con l’Ayatollah All Sistani, riferimento essenziale e capo religioso degli sciiti: fa impressione vedere questi due uomini anziani, uno vestito di bianco l’altro di nero, che nel segno del padre Abramo condannano il terrorismo in nome della religione e si scagliano contro ogni forma di oppressione e di prevaricazione.
Alla fine del viaggio, quando incontra i suoi fratelli cristiani nello stadio di Erbil, il Papa esplicita chiaramente il motivo della sua visita e nel ringraziare il popolo che lo ha ospitato, vuole confermarlo nella fede e nella testimonianza.

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