Equo compenso: il valore del lavoro dell’avvocato, dignità e identità

di Luigi Notaro
Il d.d.l. n. 2745/2016 “Equo compenso” va ad integrare l’art. 2233 c.c. e prevede che qualsiasi patto che comporti un compenso ridotto e non equo per l’avvocato e crei uno squilibrio tra diritti e obblighi è nullo; specificamente la nullità si verifica con riguardo “ai patti nei quali il compenso sia manifestamente sproporzionato all’opera prestata”.
Al secondo comma è prevista la nullità della “pattuizione che stabilisca per il professionista un compenso inferiore a quanto liquidato dall’organo giurisdizionale. Si tratta di una misura adeguata all’importanza dell’opera prestata e tende al decoro della professione.
Come si può facilmente dedurre dalla lettura dell’unico articolo del d.d.l. in questione, si vuole evitare un livellamento verso il basso della professione forense e specificamente la concorrenza sleale. Questa normativa può riguardare specialmente i giovani che entrano nel difficile mondo dell’avvocatura.
Allo stato e senza entrare “funditus” nella lettera della norma, ci preme evidenziare che i valori posti alla base della norma possono ricondursi al lavoro (subordinato ed autonomo) come concepito dai nostri Costituenti, nel momento stesso in cui hanno riconosciuto nel lavoro un fondamento della Repubblica e un diritto essenziale della persona, che anche tramite esso consegue libertà, dignità e riconoscimento sociale (artt. 1, 4, 35 ss. Cost.). Se torniamo alla “dignità sociale” il richiamo alla Costituzione diventa, ancora una volta, essenziale: nell’art. 36 Cost. è previsto che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del lavoro prestato e deve essere sufficiente a garantire a sé ed alla sua famiglia un’esistenza dignitosa, su questo punto credo che la legge sull’equo compenso debba misurarsi quando dalla lettera astratta si passerà all’applicazione concreta.
La dignità dell’uomo – avvocato ha trovato limiti e blocchi, spesso invalicabili, nella libera concorrenza non disciplinata ed esposta alle logiche del mercato, dinamiche rigide e poco umane, e questo ha inciso anche sulla necessaria difesa libera ed indipendente della prestazione professionale. Va aggiunto che l’attuale crisi economica ha spostato nella sfera economica il luogo dove si decidono i valori e le regole e chi gestisce il denaro detta le regole, con una negativa incidenza sullo Stato costituzionale dei diritti.
Se guardiamo alla professione forense con riguardo alla sua funzione sociale (garanzia dell’eguaglianza sostanziale delle parti nelle relazioni sociali), l’equo e decoroso compenso serve a tutelare la dignità del professionista e della professione forense ed a dargli una forte identità.
Dobbiamo anche convenire che, se i valori sopra indicati sono sottesi alla norma, spesso nell’applicazione concreta della legge si assiste ad una frattura netta tra i valori ispiratori e l’applicazione fredda e rigida del dato normativo che spesso diventa “disapplicazione”.
Nell’ipotesi del d.d.l. in commento, perché non si assista ad una vana quanto inutile proliferazioni di leggi, alcune volte “senza anima” e spesso disapplicate, va auspicata la crescita dei soggetti fruitori, nel nostro caso, dell’ “Equo compenso”, nel senso che ogni organismo di rappresentanza della categoria, in primis i Consigli degli Ordini, devono porre massimo impegno perché tra i propri iscritti venga coltivata e cresca un’etica della responsabilità, un’etica dell’impegno e infine un’etica della dignità.
A questo punto vengono evocate parole che si riferiscono direttamente all’uomo e al rispetto della persona nella sua dignità, se “per vivere occorre un’identità, ossia una dignità. Senza dignità l’identità è povera, diventa ambigua, può essere manipolata” (Primo Levi), possiamo con fermezza affermare che l’identità dell’avvocato è strettamente collegata alla sua dignità.
Per rendere attuale e dare concretezza alla parola “dignità”, essa va vissuta anche nel rapporto con gli altri e non si può negare al prossimo nel momento in cui la rivendichiamo per noi stessi.
Non me ne vogliate se penso all’ “ambiguo” rapporto che spesso lega il giovane professionista che si prepara ad entrare nel mondo dell’avvocatura ed il “vecchio” e prestigioso avvocato che accoglie il praticante.

 
*Luigi Notaro è nato a Napoli il 9 giugno 1945. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, ha svolto con continuità le professioni di docente universitario e di avvocato matrimonialista, nonché di avvocato rotale abilitato alla difesa presso i Tribunali ecclesiastici.
Attualmente è professore di Diritto Ecclesiastico e di Storia e sistemi dei rapporti Stato e Chiesa presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II.
Ha svolto i corsi di Diritto Canonico, Ecclesiastico e di Diritto Pubblico presso la stessa Università.
La produzione scientifica privilegia temi che riguardano la proiezione ed il rilievo nel diritto dello Stato di istituti propri della Chiesa; le dinamiche che riguardano il costituzionalismo statuale con riguardo alla “Costituzione vivente”; il diritto di libertà religiosa, la libertà di coscienza e le obiezioni di coscienza “minori”.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.