Editoriale del Direttore -“Corte Costituzionale: sentenza sul fine vita”

Di Federica Vallefuoco –

L’Editoriale di Dicembre è dedicato alla Sentenza della Corte Costituzionale sul “fine vita”. La Sentenza è di interesse trasversale, in visione di un futuro intervento legislativo (si spera in tempi brevi) dato che, per il momento, i Giudici hanno lasciato tutto in mano alle Strutture sanitarie.
Per chi è pigro o ha bisogno di una sintesi concentrata, riporto in breve i punti più interessanti della Sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale sul fine vita.
Tutto ha inizio quando la Corte d’Assise di Milano solleva due questioni di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p.:
a) ove incrimina l’aiuto al suicidio in alternativa all’istigazione, a prescindere dal contributo alla scelta del suicidio, per contrasto con gli artt. 2, 13, e 117 Cost., in relazione agli artt. 2 e 8 della Convenzione CEDU;
b) ove prevede che le condotte di agevolazione dell’esecuzione, che non incidono sulla decisione dell’aspirante suicida, siano sanzionabili senza distinzione rispetto all’istigazione.

Il fatto è la triste vicenda di Fabiano Antoniani (detto Dj Fabo), che per un grave incidente stradale era rimasto tetraplegico e affetto da cecità bilaterale corticale (permanente). Non era autonomo nella respirazione, nell’alimentazione (nutrito in via intraparietale) e nell’evacuazione. Era percorso altresì da ricorrenti spasmi e contrazioni, con acute sofferenze, che non potevano essere completamente lenite farmacologicamente se non mediante sedazione profonda. Conservava, però, intatte le facoltà intellettive. La sua condizione era irreversibile. Aveva perciò maturato la volontà di porre fine alla sua esistenza. Per dimostrare la propria irremovibile determinazione aveva intrapreso lo sciopero della fame e della parola. E così decideva di contattare, tramite la fidanzata, organizzazioni svizzere che si occupano dell’assistenza al suicidio. Nel medesimo periodo entrava in contatto con Marco Cappato il quale gli prospettava la possibilità di sottoporsi in Italia a sedazione profonda. Di fronte al suo fermo proposito di recarsi in Svizzera per il suicidio assistito, Cappato accettava di accompagnarlo in automobile presso la struttura scelta. Inviata a quest’ultima la documentazione attestante le proprie condizioni di salute e la piena capacità di intendere e di volere, Fabiano Antoniani otteneva il benestare al suicidio assistito. Nei mesi successivi Dj Fabo aveva costantemente ribadito la propria scelta, comunicandola anche pubblicamente (tramite un filmato e un appello al Presidente della Repubblica) e affermando di viverla come “una liberazione”. Il suicidio avveniva azionando con la bocca uno stantuffo con cui Dj Fabo aveva iniettato nelle sue vene il farmaco letale.
Di ritorno dal viaggio, Marco Cappato si autodenunciava ai carabinieri.
Cappato diventava quindi imputato per il reato di cui all’art. 580 c.p., con accusa di aver rafforzato il suicidio e agevolato l’esecuzione. Una precedente Sentenza della Cassazione aveva affermato che le condotte di agevolazione dovevano ritenersi punibili a prescindere dalle loro ricadute sulla decisione dell’aspirante suicida; secondo questa Sentenza la nozione di “aiuto penalmente rilevante” doveva essere intesa nel senso più ampio comprendendo ogni tipo di contributo all’attuazione del progetto (Cassazione, sez. I penale, sent. 6 febbraio-12 marzo 1998, n. 3147).
La Corte d’Assise milanese dubitava, tuttavia, della legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., sostenendo che la disposizione venisse riletta alla luce dall’art. 2 Cost. (che pone l’uomo al centro della vita sociale) e dell’art. 13 Cost. (inviolabilità della libertà personale); alla luce di tali principi, la vita non potrebbe essere “concepita in funzione di un fine eteronomo rispetto al suo titolare”. La conclusione sarebbe avvalorata, inoltre, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sulla base degli artt. 2 e 8 CEDU (che riconoscono rispettivamente, il diritto alla vita e il diritto al rispetto della vita privata).
L’imputato costituito (Cappato) osservava come, nel disegno del legislatore del codice penale del 1930, la norma fosse destinata a proteggere la vita intesa come bene non liberamente disponibile da parte del suo titolare. Nella visione dell’epoca la tutela dell’individuo era secondaria rispetto a quella della collettività statale. Si apprestava una tutela indiretta. Con l’entrata in vigore della Costituzione, tuttavia, il bene della vita dovrebbe essere guardato in una prospettiva personalistica, come interesse del suo titolare. Di qui la maggiore attenzione verso la libertà di autodeterminazione individuale, anche nelle fasi finali della vita, specie quando si tratta di persone che versano in condizioni di eccezionale sofferenza: atteggiamento che ha trovato la sua espressione emblematica nella sentenza della Cassazione relativa al caso di Eluana Englaro (Cass., sent. n. 21748 del 2007). Di fondamentale rilievo risulterebbe l’intervento normativo della legge n. 219/2017, la quale, nel quadro del principio del consenso informato, ha positivizzato il diritto del paziente di rifiutare le cure e di “lasciarsi morire”.

COSA DICE LA CORTE COSTITUZIONALE IN SENTENZA:

Con la precedente ordinanza n. 207/2018 la Corte escludeva che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio poteva ritenersi di per sé in contrasto con la Costituzione. La Corte motivava che per sostenere il contrasto non fosse pertinente il riferimento al diritto alla vita (implicito nell’art. 2 Cost., esplicito nell’art. 2 CEDU). Ciò perché da tali norme discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo, e non quello di riconoscere la possibilità di ottenere un aiuto a morire. Da tempo la Corte Europea inoltre ha affermato che dal diritto alla vita non può derivare il diritto di rinunciare a vivere, e dunque un diritto a morire (sent. 29.04.2002, Pretty contro Regno Unito).
Aggiunge la Corte Costituzionale nella Sentenza sul fine vita che non è neppure possibile desumere la inoffensività dell’aiuto al suicidio da un generico diritto all’autodeterminazione individuale (che il rimettente ricava dagli artt. 2 e 13 Cost.).
Inoltre a prescindere dalle concezioni di cui era portatore il legislatore del 1930, secondo la Corte la ratio dell’art. 580 c.p. può essere scorta, alla luce del vigente quadro costituzionale, nella tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone deboli e vulnerabili, che l’ordinamento intende proteggere da una scelta estrema come il suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere.

La Sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale sul “fine vita” individua però un’area di non conformità costituzionale della norma nei casi in cui ci siano 4 condizioni: che l’aspirante suicida si identifichi in una persona «(a) affetta da una patologia irreversibile, (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli» (come scritto anche nell’ordinanza del 2018).
Si tratta di situazioni inimmaginabili all’epoca in cui la norma fu introdotta. In tali casi, l’assistenza di terzi può presentarsi al malato come l’unico modo per sottrarsi a un mantenimento artificiale non più voluto e che ha il diritto di rifiutare in base all’art. 32 Cost.
La decisione di accogliere la morte può essere già presa dal malato in forza della legge 22.12.2017 n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento) la cui disciplina recepisce le conclusioni alle quali era già pervenuta la giurisprudenza (caso Welby e caso Englaro).
La legge n. 219/2017 riconosce ad «ogni persona capace di agire» il diritto di rifiutare o interrompere qualsiasi trattamento sanitario, ancorché necessario alla propria sopravvivenza.
Il valore costituzionale del principio del consenso informato del paziente al trattamento sanitario proposto dal medico è principio qualificabile come vero e proprio diritto della persona.
Quanto, poi, all’esigenza di proteggere le persone più vulnerabili, è vero che i malati irreversibili esposti a gravi sofferenze appartengono a tale categoria. Ma è anche agevole osservare che, se chi è mantenuto in vita da un trattamento di sostegno artificiale è considerato dall’ordinamento in grado, a certe condizioni, di prendere la decisione di porre termine alla propria esistenza tramite l’interruzione di tale trattamento, non si vede la ragione per la quale la stessa persona, a determinate condizioni, non possa ugualmente decidere di concludere la propria esistenza con l’aiuto di altri. La conclusione è dunque che entro lo specifico ambito considerato, il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce per limitare ingiustificatamente nonché irragionevolmente la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie.

Con la stessa ordinanza n. 207/2018 la Corte Costituzionale ha ritenuto, peraltro, di non poter porre rimedio “al riscontrato vulnus” tramite una pronuncia meramente ablativa. Una simile soluzione avrebbe generato il pericolo di lesione di altri valori costituzionali, lasciando «del tutto priva di disciplina legale la prestazione di aiuto materiale ai pazienti in tali condizioni, in un ambito ad altissima sensibilità etico-sociale e rispetto al quale vanno con fermezza preclusi tutti i possibili abusi».
In assenza di una specifica disciplina della materia, infatti, «qualsiasi soggetto, anche non esercente una professione sanitaria, potrebbe lecitamente offrire, a casa propria o a domicilio, per spirito filantropico o a pagamento, assistenza al suicidio a pazienti che lo desiderino, senza alcun controllo ex ante sull’effettiva sussistenza, ad esempio, della loro capacità di autodeterminarsi, del carattere libero e informato della scelta da essi espressa e dell’irreversibilità della patologia da cui sono affetti». Conseguenze, quelle ora indicate, delle quali «questa Corte non può non farsi carico».
Infatti già all’udienza del 23.10.2018 la Corte Costituzionale, pronunciando l’ordinanza n. 207/2018, riteneva di dover percorrere una via alternativa: cioè facendo leva sui propri poteri di gestione del processo costituzionale; e così fissava una nuova discussione all’udienza del 24.09.2019 con questa motivazione: «in esito alla quale potrà essere valutata l’eventuale sopravvenienza di una legge che regoli la materia in conformità alle segnalate esigenze di tutela».
In questo modo, incaricava il Parlamento di assumere le necessarie decisioni tramite legge.
In passato, la Corte tendeva a dichiarare l’inammissibilità della questione, con monito al legislatore a rimuovere il vulnus costituzionale. Tale soluzione è stata ritenuta, tuttavia, non percorribile adesso, poiché la disciplina in discussione continuerebbe ad operare. Un simile effetto non può considerarsi consentito nel caso in esame, per le sue peculiari caratteristiche e per la rilevanza dei valori da esso coinvolti».
La Corte ha ritenuto, quindi, di dover procedere in altro modo.
Fissando una nuova udienza (al 24 settembre 2019) avrebbe potuto essere valutata una legge regolatrice in conformità alle segnalate esigenze di tutela. In questo modo, si lasciava al Parlamento la possibilità di assumere le necessarie decisioni rimesse alla sua discrezionalità, e si è evitato che, nel frattempo, la norma potesse trovare applicazione (il giudizio a quo era rimasto infatti sospeso, mentre negli altri i giudici dovevano valutare se analoghe questioni fossero rilevanti).
In prossimità della nuova udienza, però, si rilevava che l’invito rivolto al Parlamento dalla Corte Costituzionale non era stato accolto. Si prendeva atto di come nessuna normativa in materia fosse sopravvenuta nelle more della nuova udienza.
Il principio di leale collaborazione istituzionale, al quale era stata accordata la priorità, non potrebbe, dunque, che recedere dinanzi alle esigenze di ripristino della costituzionalità violata.
La Corte Costituzionale nella presente Sentenza sul fine vita spiega che non serve obiettare che il mantenimento di una “cintura di protezione” penale sia giustificato da esigenze di tutela del bene supremo della vita. Le funzioni di prevenzione continuerebbero a essere assolte dall’art. 580 c.p. stante la sussistenza delle quattro condizioni indicate dall’ordinanza n. 207/2018. Dunque una Sentenza di accoglimento “manipolativo”, che inserisca tali condizioni nel testo dell’art. 580 c.p., rappresenterebbe una garanzia di certezza piena, risultando preferibile sia a una pronuncia interpretativa di rigetto, sia a una sentenza di principio: decisione, quest’ultima, che farebbe gravare sul singolo giudice la responsabilità di ricavare la regola attuativa, quando invece l’art. 25 Cost. impone che i confini della norma penale siano determinati e precisi.
In assenza di ogni determinazione da parte del Parlamento, la Corte ha dichiarato di non poter ulteriormente esimersi dal pronunciarsi per rimuovere il vulnus costituzionale riscontrato. Decorso un congruo periodo di tempo, l’esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore per la compiuta regolazione della materia.
Come in passato si è rilevato, posta di fronte a un vulnus costituzionale, non sanabile in via interpretativa, la Corte è tenuta a rimediare (sent. n. 162/2014 e n. 113/2011; sent. n. 96/2015), «specie negli ambiti, come quello penale, in cui è più impellente assicurare una tutela effettiva dei diritti fondamentali, incisi dalle scelte del legislatore» (sent. n. 99/2019).
Quando i vuoti di disciplina rischiano una menomata protezione di diritti fondamentali (nel perdurare dell’inerzia legislativa) questa Corte deve evitarli (sent. n. 40/2019, n. 233 e 222 del 2018 e n. 236/2016).
È già possibile accertare la capacità di autodeterminazione del paziente e il carattere libero e informato della scelta. L’art. 1, co. 5, legge n. 219/2017 riconosce il diritto all’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale in corso alla persona capace di agire, e stabilisce che la richiesta debba essere espressa nelle forme previste per il consenso informato. Lo stesso articolo prevede, altresì, che il medico debba prospettare al paziente «le conseguenze di tale decisione e le possibili alternative», promovendo «ogni azione di sostegno, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica». Deve darsi conto anche del carattere irreversibile della patologia.
L’art. 2 prevede che sia sempre garantita al paziente un’appropriata terapia del dolore e l’erogazione delle cure palliative (previste dalla legge n. 38/2010). L’accesso alle cure palliative, ove idonee a eliminare la sofferenza, spesso si presta infatti a rimuovere le cause della volontà del paziente di terminare la vita.
Similmente a quanto già stabilito con le citate sentenze, la verifica delle condizioni che legittimano l’aiuto al suicidio è affidata – in attesa del legislatore – a strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale. A queste spetterà altresì verificare le modalità di esecuzione tali da evitare abusi su persone vulnerabili, da garantire la dignità del paziente e da evitare al medesimo sofferenze.
La delicatezza del valore in gioco richiede, inoltre, l’intervento di un organo collegiale terzo, munito delle adeguate competenze, che possa garantire la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. Nelle more dell’intervento del legislatore, tale compito è affidato ai comitati etici territorialmente competenti. Tali comitati sono infatti investiti di funzioni consultive per garantire i diritti della persona: funzioni che involgono la salvaguardia di soggetti vulnerabili e che si estendono anche al cosiddetto uso compassionevole di medicinali in patologie per le quali non siano disponibili valide alternative terapeutiche (decreto del Ministro della Salute 7 settembre 2017 artt. 1 e 4).

La Corte Costituzionale nella sentenza sul fine vita, mentre dichiara illegittimità costituzionale esclude la punibilità dell’aiuto al suicidio senza creare obbligo di procedere. Resta affidato alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato. Occorrerà che le condizioni del richiedente rendano lecita la prestazione dell’aiuto: patologia irreversibile, grave sofferenza fisica o psicologica, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. Devono essere verificate in ambito medico; la volontà dell’interessato deve manifestarsi in modo chiaro e univoco, compatibilmente con le sue condizioni; il paziente deve essere adeguatamente informato sia in ordine a queste ultime, sia in ordine alle soluzioni alternative, con riguardo all’accesso alle cure palliative e alla sedazione profonda continua.
La sussistenza di tutti i requisiti dovrà essere verificata dal giudice nel caso concreto.

Si può leggere la Sentenza della Corte Costituzionale sul “fine vita” integrale QUI

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