Editoriale del Direttore -“Come si esprime la solitudine?”



di Federica Vallefuoco –

Come si esprime la solitudine umana?
Finché l’essere umano non prenderà coscienza di essere, in se stesso e per propria natura, una solitudine, avrà sempre dentro di sé quella inquietudine che lo farà vivere insoddisfatto ed infelice.
Per stare bene con noi stessi abbiamo bisogno di imparare a convivere con le nostre solitudini.
La vita umana, per la solitudine di cui è caratterizzata, viene alla nascita come grido, e il grido contiene una domanda di soccorso.
Secondo Jacques Lacan (psichiatra e filosofo) tutti noi siamo stati un grido nella notte, tutti abbiamo avuto esperienza di questo grido, di questa inermità, di questo essere “gettati vivi nella vita”.
In tal senso, secondo Lancan ma anche secondo Freud, la vita nasce nell’abbandono assoluto.
Nascendo nell’abbandono assoluto, essa si umanizza se c’è qualcuno che risponde “al grido”, se qualcuno soccorre.
Dunque nell’atto stesso di raccogliere l’urlo vi è la dimensione “dell’altruità”.
Oltre il momento della nascita – interpretato con un certo simbolismo – l’esperienza dell’accoglimento della vita umana nell’adulto risiede e si indentifica nella parola.
Quindi il grido del neonato diviene la parola nell’adulto, e riceve il suo senso se l’altro ci risponde.
Il soccorso dell’altro diventa quindi l’esperienza che la nostra parola venga ascoltata. Se non c’è ascolto, se non c’è presenza, la nostra vita perde in gran parte di senso.
Quando la vita non è accolta dalla parola, è un urlo che rimane tale.
La vita è appello, la vita è desiderio, è domanda di essere desiderato dall’altro.
La legge della parola introduce anche l’esperienza dell’impossibile: scopriamo cioè che non possiamo avere tutto, facciamo dunque esperienza dell’impossibilità del godimento mortale (cioè del godimento materiale, terreno).
È l’esperienza del limite della vita umana, ma è un’esperienza di salvezza perché induce a riflettere su quanto sia impostante farci bastare ciò che è nelle nostre possibilità.
Ciò rende possibile un altro tipo di godimento: aperto, elastico, che si relaziona con il limite della vita umana senza farsi schiacciare da questo limite; sperimenta la castrazione del desiderio, ma senza farsene opprimere.

Qui la fonte video integrale della lectio magistralis di Massimo Recalcati da cui è tratto l’Editoriale:https://www.youtube.com/watch?v=jF5UCYaZ8t0

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