Confidenze d’autore: Franz Kafka

Franz Kafka nasce a Praga il 3 luglio 1883 e rappresenta una delle maggiori figure della letteratura del XX secolo.
Nel 1913 pubblica il racconto La sentenza, e nel 1915 La metamorfosi. Nel novembre 1919 escono 14 racconti brevi riuniti in un unico libro, Un medico di campagna. Nel 1918 termina i racconti de La costruzione della muraglia cinese. Il romanzo Il disperso è pubblicato postumo nel 1927 con il titolo America.

Nel 1917 gli è diagnosticata la tubercolosi polmonare. Nello stesso anno, finisce il fidanzamento con Felice Bauer.
Si fidanza con Julie Wohryzek, figlia di un custode di una sinagoga di Praga, fino al 1920, anno in cui conosce la giornalista Milena Jesenská, con la quale inizia ad avere una corrispondenza; nasce un amore intenso e tormentato, come testimonia il carteggio Lettere a Milena.
Nel 1923 conosce Dora Diamant, con la quale intraprende una relazione. Insieme a Dora si trasferisce a Berlino.
La tubercolosi peggiora, e nel marzo 1924 ritorna a Praga. Essendogli diagnosticata una laringite tubercolare è ricoverato, grazie all’amico Max Brod, nel sanatorio di Kierling presso Vienna. Qui, assistito da Dora Diamant, muore il 3 giugno 1924.
L’amico Max Brod, cura la pubblicazione postuma di buona parte delle opere, poichè Kafka pubblica solo qualche racconto quando era ancora in vita.
Prima di morire, chiede a Max Brod di distruggere tutti i suoi manoscritti, ma Brod non gli da ascolto.
Nelle tematiche di Kafka, il senso di smarrimento e di angoscia sono sempre presenti. Le sue opere descrivono in modo simile alle allucinazioni esperienze inquietanti ed assurde. La sua scrittura è razionalmente lucida e realistica.
Artista solitario e tragico, trascendente e angoscioso, è convinto che il destino dell’uomo è preda di forze imrevedibili.
L’artista esamina il conflitto dell’individuo tra la desolazione della quotidianità e il desiderio dell’universale.
Infatti la figura dell’inetto è molto presente nella sua letteratura.
Kafka riesce a risalire da una situazione quotidiana e apparentemente banale, a una situazione piena di metafore non sempre interpretabili e comprensibili.

La metamorfosi è il racconto più noto dello scrittore.
Il protagonista si risveglia una mattina trasformato in un gigantesco insetto. Il racconto descrive i tentativi compiuti da Gregor per adattare la propria vita a questa sua nuova condizione. Le maggiori difficoltà sono nei riguardi della famiglia, incapace di instaurare con lui un rapporto.
L’autore vuole rappresentare l’emarginazione alla quale il diverso, metafora dell’insetto, viene tragicamente condannato nella società.
Kafka vede la famiglia come un contesto soffocante e oppressivo, limitativo delle libertà.
Nemmeno lo stretto grado di parentela e il ricordo di un passato normale e felice riescono a porre fine alla drammaticità della vicenda. I familiari lo tengono alla larga, infatti egli è costretto a nascondersi. Passano dallo spavento, all’insofferenza, alla rassegnazione, sperando che il figlio muoia presto per potersi liberare da questa situazione insostenibile il prima possibile.
In occasione della stampa della seconda edizione, Kafka scrive al suo editore, che aveva affidato al disegnatore Ottomar Starke il compito di illustrarne la copertina: «Siccome Starke fa illustrazioni concrete, mi è passato per la mente che voglia disegnare magari l’insetto. Questo no, per carità, questo no! Non vorrei limitare il campo della sua competenza, ma rivolgere soltanto una preghiera perché naturalmente io conosco meglio il racconto. Non lo si può far vedere neanche da lontano. Se questa intenzione non c’è, e quindi la mia preghiera diventa ridicola, tanto meglio. A Lei sarei grato se volesse trasmettere e ottenere il mio desiderio».

 

Era una bellissima mattina primaverile, di domenica. Georg Bendemann, giovane commerciante, era seduto nella sua camera al primo piano di una delle case basse, dai muri sottili, che in lunga fila si susseguivano sulla riva del fiume, differendo l’una dall’altra quasi unicamente per l’altezza e la tinta. Aveva appena terminato di scrivere a un suo amico di gioventù che abitava all’estero: suggellò pian piano la lettera, attardandosi, e poi, appoggiati i gomiti alla scrivania, si mise a guardare il fiume, il ponte e le colline coperte di verde pallido che sorgevano sulla riva opposta.
Ripensava ai casi di quell’amico: insoddisfatto dell’esistenza in patria, qualche anno prima si era rifugiato – è la parola esatta – in Russia. Ora svolgeva un’attività in proprio a Pietroburgo, dapprincipio assai bene avviatasi, ma che da tempo sembrava stagnare: così almeno si lamentava l’amico, nelle sue sempre più rare visite. Sicché andava arrabattandosi senza risultato in terra straniera, e un esotico barbone celava malamente i tratti ben noti sin dall’infanzia, mentre il colorito giallognolo del viso pareva denunziare una malattia già in atto. Secondo quanto diceva, non era riuscito a stabilire laggiù rapporti con la colonia dei suoi compatrioti, e neppure, o quasi, relazioni sociali con famiglie del luogo. Perciò si disponeva ormai definitivamente a una vita di celibato. 
(La metamorfosi)

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