Confidenze d’autore: Il Brindisi di Parini

Giuseppe Parini (1729 – 1799) è stato un poeta italiano, uno dei massimi esponenti del Neoclassicismo e dell’Illuminismo.
Figlio di un modesto mercante di stoffe, frequentò le scuole di S. Alessandro o Arcimbolde, tenute dai barnabiti.
Nel 1752, l giovane chierico pubblicò una prima raccolta di rime, Alcune poesie di Ripano Eupilino
Grazie però ad una certa fama acquisita con questa raccolta, Parini venne accolto nel 1753 nell’Accademia dei Trasformati che si radunava in casa del conte Giuseppe Maria Imbonati ed era formata dal meglio dei rappresentanti della cultura milanese
il 14 giugno del 1754, fu ordinato sacerdote ma le risorse economiche, troppo scarse per farlo vivere in modo dignitoso, lo costrinsero a richiedere l’aiuto del canonico Agudio e poi dell’abate Soresi che lo sosterrà nell’entrare al servizio del duca Gabrio Serbelloni come ripetitore del figlio Gian Galeazzo.
Nel 1768 Nello stesso anno il conte gli affidò la direzione della «Gazzetta di Milano», organo ufficiale del governo austriaco, e nel 1769 la cattedra di eloquenza e belle arti presso le Scuole Palatine,
Con il nome di Darisbo Elidonio entrò nel 1777 a far parte dell’Accademia dell’Arcadia proseguendo intanto nella composizione delle odi
Nel 1791 il Parini venne nominato Soprintendente delle Scuole pubbliche di Brera.

 
Giuseppe Parini – Odi (1761)
Il brindisi

 

Volano i giorni rapidi
dal caro viver mio:
e giunta in sul pendio
precipita l’età.
Le belle oimè! che al fingere
han lingua così presta,
sol mi ripeton questa
ingrata verità.
Con quelle occhiate mutole,
con quel contegno avaro,
mi dicono assai chiaro:
noi non siam più per te.
E fuggono e folleggiano
tra gioventù vivace;
e rendonvi loquace
l’occhio, la mano e il pié.
Che far? Degg’io di lagrime
bagnar per questo il ciglio?
Ah no; miglior consiglio
è di godere ancor.
Se già di mirti teneri
colsi mia parte in Gnido
lasciamo che a quel lido
vada con altri Amor.
Volgan le spalle candide
volgano a me le belle:
ogni piacere con elle
non se ne parte alfin.
A Bacco, all’Amicizia
sacro i venturi giorni.
Cadano i mirti e s’orni
d’ellera il misto crin.
Che fai su questa cetera,
corda, che amor sonasti?
Male al tenor contrasti
del novo mio piacer.
Or di cantar dilettami
tra’ miei giocondi amici,
auguri a lor felici
versando dal bicchier.
Fugge la instabil Venere
con la stagion de’ fiori:
ma tu Lieo ristori
quando il dicembre uscì.
Amor con l’età fervida
convien che si dilegue;
ma l’amistà ne segue
fino a l’estremo dì.
Le belle, ch’or s’involano
schife da noi lontano,
verranci allor pian piano
lor brindisi ad offrir.
E noi compagni amabili
che far con esse allora?
Seco un bicchiere ancora
bevere; e poi morir.

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