Concetto e funzione del diritto in San Francesco

di Luigi Notaro * –

Per meglio delineare la figura di Francesco di Assisi va detto che nella sua vita si evidenziano due momenti essenziali: la vocazione a vivere “secundum formam sancti Evangelii” e successivamente la necessità di dare una forma giuridica ed una regola alla sua fraternità che era diventata particolarmente numerosa. La prima fase è connotata da una grande spiritualità e trova un sicuro riferimento negli scritti attribuiti al Frate quali “le lodi”, “la benedizione a frate Leone”, “la lettera” indirizzata allo stesso Leone ed infine il “Cantico di frate Sole”; la seconda fase è caratterizzata dalla redazione di testi che potrebbero considerarsi normativi e riconducibili alla “Regula non bullata” ed al “Testamento”.
Certamente Francesco nelle sue scelte di vita aveva quale unico punto di riferimento le pagine del Vangelo, nei fatti privilegiava la relazione personale con i poveri, con i miseri e gli ammalati di lebbra ponendoli al vertice della sua esperienza umana. La sua povertà assoluta, la carità e la libertà di sentirsi svincolato dai condizionamenti esterni, ci dicono che una qualsiasi concezione del diritto che non fosse conforme a questi principi non poteva essere da lui accettata. In questa logica le relazioni giuridiche come erano intese al suo tempo non potevano occupare che un posto assolutamente marginale nella vita e nelle opere del Poverello, per cui si comprende la sfiducia nella norma che rappresentava la realizzazione coatta di ogni pretesa ed era espressione di forza e di sopraffazione. Tra l’altro anche quando era sopravvenuta l’esigenza di dare una organizzazione giuridica alla sua fraternità, restava fermo il rifiuto di ogni proprietà e di ogni diritto di possesso sulle cose perché questo contrastava con la scelta di essere povero, di seguire l’amore evangelico, e la carità. Sin dall’inizio della sua avventura religiosa Francesco ha chiaro questo “modus vivendi” rifiutando persino i suoi abiti e consegnandoli al padre e subendo il processo per aver distribuito ai poveri i beni paterni che avrebbe dovuto custodire. In ogni caso Francesco si dichiarava indipendente da tutte le leggi sociali che in quel momento caratterizzavano la vita della sua famiglia e della sua città, alla fine di questo percorso liberatorio aveva trovato solo un minimo di accoglienza da parte del Vescovo.
Negli scritti del Santo possiamo trovare una verifica delle sue scelte ed il seguire “nudo il Cristo nudo”, non può considerarsi solo una aspirazione astratta ma uno stile di vita.
La prima Regola “non bullata” ed il suo Testamento si aprono con l’affermazione “Haec est vita evangelii Iesu Christi quam frater Franciscus petit a domino papa….” e la consapevole scelta degli ultimi, dei bisognosi e dei reietti diventava la chiave di volta per conoscere la proposta di vita che trasmetteva ai suoi compagni. Questa scelta iniziale restava ferma anche quando si aggregavano altre persone che volevano seguire lo stesso stile di vita (“il Signore mi diede dei fratelli”) e sorgeva urgente la necessità di dare una regola conforme ai sistemi giuridici allora vigenti.
Forse a questo punto della vita del Frate si venne a creare la prima frattura tra il vivere “secundum formam sancti Evangelii”, il rifiuto del mondo e l’accettazione delle norme che vigevano all’esterno, ma Francesco restava fermo nella sua scelta di essere alternativo alle regole del mondo e continuava ad abbracciare la povertà assoluta, preferiva essere “idiota et subditus omnibus”, cercava la compagnia dei miseri, degli infermi e dei lebbrosi, amava lavorare e chiedere l’elemosina, obbediva a chi lo perseguitava.
Solo quando emerse potente il richiamo delle istituzioni Francesco dovette adeguarsi, (almeno da quanto si legge nella “legenda” di Bonaventura), e rientrare nelle forme istituzionali che la Chiesa proponeva. L’incontro con il Papa Innocenzo III è il primo passaggio dal sapore puramente giuridico, in ogni caso la “Regola” che venne presentata al Pontefice riportava esclusivamente passi del Vangelo ed era assolutamente lontana da ogni schema giuridico. Anche quando venne proposto un primo tentativo di “clericalizzazione” della fraternità con l’aggregazione ad un ordine preesistente e la vita comune, Francesco si oppose con tutte le sue forze agli schemi precostituiti che gli venivano proposti e pretese che i suoi seguaci non si sarebbero chiamati monaci ma Frati Minori o meglio Piccoli Frati e tra loro non vi doveva essere l’abate o chi potesse assumere una figura prevalente. Appariva ormai chiaro che pretendeva che i suoi amici fossero liberi di muoversi nelle città senza la limitazione che poteva venire dal chiostro e che ogni schema e vincolo giuridico non apparteneva alla vita che proponeva ai suoi amici. Francesco rifiutava per se e per i suoi frati qualsiasi privilegio della Chiesa di Roma, perchè voleva continuare a vivere nella totale insicurezza.
Solo quando gli venne imposto di dare alla sua famiglia religiosa alcune caratteristiche degli altri ordini, quali la stabilità e la disciplina, pur sempre conservando la prima esperienza evangelica, Francesco diede le dimissioni e abbandonò la direzione della fraternità (1220). Questo evento delle dimissioni comunque non segnava l’abbandono dei suoi compagni ed anche se vi era il problema della forma giuridica da dare alla cresciuta famiglia religiosa nell’animo del Fondatore l’unico punto di riferimento restava il Vangelo di Cristo. Non risulta corretto quanto è stato ipotizzato e specialmente quando si scrive che al Frate che proponeva una vita evangelica si sostituiva il Frate ossequiente alle rigide e mortificanti strutture ecclesiastiche, con la conseguente, necessaria estinzione di ogni freschezza e vigore spirituale (Miccoli).
Il Santo non si è mai convertito alle forme e alle regole giuridiche proprie del diritto vigente all’epoca. Anche dopo la notevole crescita del numero dei suoi seguaci e diventava necessaria l’obbedienza a quanto richiedeva la Chiesa Romana, mai è venuta meno la primitiva vocazione di vivere “secundum formam sancti Evangelii”.
In definitiva resto del parere che le regole giuridiche vigenti al principio del 1200 non appartenessero al povero Frate di Assisi, anche quando necessariamente si è dovuto confrontare con il mondo del diritto ha dovuto sperimentare che era estremamente difficile, anzi impossibile, esprimere in linguaggio giuridico umano il nucleo fondamentale del messaggio divino.

*Luigi Notaro è nato a Napoli il 9 giugno 1945. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, ha svolto con continuità le professioni di docente universitario e di avvocato matrimonialista, nonché di avvocato rotale abilitato alla difesa presso i Tribunali ecclesiastici.
Attualmente è professore di Diritto Ecclesiastico e di Storia e sistemi dei rapporti Stato e Chiesa presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II.
Ha svolto i corsi di Diritto Canonico, Ecclesiastico e di Diritto Pubblico presso la stessa Università.
La produzione scientifica privilegia temi che riguardano la proiezione ed il rilievo nel diritto dello Stato di istituti propri della Chiesa; le dinamiche che riguardano il costituzionalismo statuale con riguardo alla “Costituzione vivente”; il diritto di libertà religiosa, la libertà di coscienza e le obiezioni di coscienza “minori”.

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