Avvocato è colui che è chiamato ad aiutare

di Luigi Notaro –

 

In un’epoca caratterizzata da una profonda crisi della politica e dalla mancanza di un corretto rapporto tra il cittadino e la “polis” e con le leggi che dovrebbero tutelare i loro diritti fondamentali, è importante riscoprire il ruolo dell’avvocato nella società moderna, come “colui che è chiamato ad aiutare”. In questa ottica è opportuno partire da alcuni presupposti di ordine storico, politico e giuridico.
Nella città antica, la “polis” aveva bisogno di mura poderose che servivano a tener fuori le ondate barbariche, e di leggi che tutelassero i cittadini dalle forti interferenze esterne, ovviamente queste realtà che appaiono parzialmente superate nello Stato moderno, basti pensare alla nuova declinazione del concetto di “sovranità” e all’attuale indebolimento del controllo che lo Stato esercita sul proprio territorio e sulla sua economia, collegato all’affermazione sempre più incisiva della “globalizzazione”. A questo si aggiunga l’istanza sempre più forte che viene dall’affermazione di una società che è divenuta “multiculturale” dove coesistono gruppi con diversa provenienza geografica, differenti tradizioni culturali e religiose, appartenenti a civiltà diverse.
In una società divenuta complessa, ci chiediamo se resti immutato il rapporto tra il cittadino, la “polis” e le leggi che tutelano i loro diritti fondamentali dalle interferenze esterne; il punto nodale della questione è se resti inalterato il diritto del cittadino di entrare in dialogo con quelle leggi per modificarle e migliorarle.
In queste particolari e nuove dinamiche non appare strano il riferimento al ruolo dell’avvocato in quanto, per il passato e ancora oggi, nel delicato dialogo tra cittadini e leggi, intervengono le istituzioni elettive, e non ultima la figura necessaria e tecnicamente attrezzata dell’avvocato.
Come da conoscenza comune, la parola avvocato deriva dall’espressione latina “ad auxilium vocatus” che significa “colui che è chiamato ad aiutare”, quindi la buona salute di una società si può dedurre anche dai risultati ottenuti da questo dialogo tra i diritti del cittadino e i suoi obblighi. In queste dinamiche si suppone che gli avvocati fungano da ponte tra i diritti individuali dei cittadini e i doveri civici dei cittadini. Purtroppo, con amarezza dobbiamo ammettere che il compito di un avvocato si confonde, a volte, con quella del bottegaio che pretende una remunerazione più o meno consistente per il suo servizio, per cui l’amore per la giustizia e per i diritti del cittadino passa in netto subordine. Spesso la funzione dell’avvocato è da ricondursi ad un superato archetipo dove la funzione non è quella di presentare dei punti di vista più giusti e più tolleranti, ma resta esclusivamente quella di evidenziare quanto dicono le leggi sul caso presentato al giudicante e nel contempo tessere gli argomenti giuridici tesi a demolire le pretese della controparte, siano esse legittime che di segno contrario.
Questo argomentare può apparire particolarmente duro e forse fuori della logica ordinaria, ma questa è la visione del personaggio – avvocato che sembra prevalere, non solo nella letteratura, ma anche nelle dinamiche forensi che conosciamo per averne fatto parte. In ogni caso questa concezione dell’avvocato appare lontana da quella, diametralmente opposta e forse lontana dalla realtà, che vorrebbe vedere gli avvocati come coloro che “cercano di leggere nelle leggi i significati nascosti, quel che si cela tra le righe, il respiro umano nella fredda lettera dei codici”.
Se accantoniamo le considerazioni prima enunciate che oscillano da una concezione dell’avvocato particolarmente dura, facendolo apparire un “mestierante” che vuole approfittare della sua scienza giuridica, ad un’altra che privilegia, con scarsa aderenza alla realtà, la poetica della professione, rischiamo di allontanarci dalla figura vera e reale del professionista impegnato nella società moderna, che agisce, mantenendo tutte le contraddizioni che caratterizzano la sua umanità e le specificità collegate alla sua attività professionale.
In uno sforzo di recupero di una identità di questa figura professionale, forse è opportuno partire dalla radice della parola ed intendere “avvocato” come colui che è chiamato ad aiutare, “ad auxilium vocatus”, per cui viene privilegiato l’aiuto che questi deve dare a chi vuole avvalersi della sua opera professionale ed ancora più specificamente deve esercitare la propria attività in completa libertà, indipendenza ed autonomia, così da proteggere e tutelare i diritti della persona assicurando l’attuazione delle leggi per i fini della giustizia e non per fini propri.
Si tratta di attuare un percorso di vita professionale non certamente facile che presuppone una identità forte ed amore per questa professione.
Nella redazione di queste note mi sono posto anche un ulteriore obiettivo e delineare o avvicinarmi quanto più è possibile alle caratteristiche proprie dell’ avvocato – giurista cattolico. In un mio precedente contributo scrivevo che: “al giurista cattolico è stato affidato un compito: non quello di essere giuristi migliori degli altri, ma quello di essere più degli altri, pronti a rendere ragione della speranza di giustizia che è implicita nel diritto”. Dunque l’avvocato cristiano non solo deve fornire un aiuto adeguato a chi chiede la sua opera, ma deve privilegiare la speranza e perseguire i fini della giustizia.
Con questo modo di argomentare non si intende estraniare l’avvocato dal mondo e relegarlo in una sorta di società utopistica, ma si chiede che questi fondi il suo agire su una precisa identità cristiana e cattolica, anche capovolgendo gli ordinari punti di riferimento vigenti nella realtà culturale ed ambientale in cui ci trova ad operare. Dunque, perchè l’avvocato – giurista cattolico possa rendere una “nuova testimonianza laicale cristiana entro i parametri di una società laica e secolare”, deve avere come punti di riferimento la giustizia, la solidarietà ed il bene comune.

 

 

*Luigi Notaro è nato a Napoli il 9 giugno 1945. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, ha svolto con continuità le professioni di docente universitario e di avvocato matrimonialista, nonché di avvocato rotale abilitato alla difesa presso i Tribunali ecclesiastici.
Attualmente è professore di Diritto Ecclesiastico e di Storia e sistemi dei rapporti Stato e Chiesa presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II.
Ha svolto i corsi di Diritto Canonico, Ecclesiastico e di Diritto Pubblico presso la stessa Università.
La produzione scientifica privilegia temi che riguardano la proiezione ed il rilievo nel diritto dello Stato di istituti propri della Chiesa; le dinamiche che riguardano il costituzionalismo statuale con riguardo alla “Costituzione vivente”; il diritto di libertà religiosa, la libertà di coscienza e le obiezioni di coscienza “minori”.

 

 

 

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