Editoriale del Direttore – “Web tra adorazione delle apparenze e plurime identità”

di Federica Vallefuoco –

“I social danno diritto di parola a legioni di imbecilli che, prima, parlavano solo al bar, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”.
Così Umberto Eco sintetizza uno dei problemi della nostra società, che Henri F. Amiel ha descritto anche come la dittatura della mediocrità. Amiel sostiene che appiattendo tutto e tutti e non riconoscendo la disuguaglianza di valore né di merito, si culmina “nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga”, scrive, e ha ragione.
La cultura delle immagini, dell’estetica, ha generato l’esigenza di mostrare gli aspetti più esteriori e superficiali. Si sta diventando tutti più o meno narcisisti, si preferisce apparire più che essere, tutto è finalizzato a piacere agli altri, al bisogno di conferme, di sentirsi apprezzati, di ridurre l’insoddisfazione e l’incertezza.
L’immagine o le diverse immagini che compongono i profili si costruiscono e si aggiornano accuratamente, frequentemente, come pezzi d’identità da mostrare in pubblico.
È l’era della “pornografia del Sé”, dove tutto è in mostra, tutto è artefatto, tutto è filtrato e predisposto appositamente per farsi vedere.
Questi movimenti delle masse che diventano un gregge sottomesso alla comunicazione sul web sono poi visti come la normalità, anche se normalità non sono. Tant’è che Bauman sottolinea che “il più delle volte chi mostra di avere a cuore la propria privacy è addirittura visto con sospetto”.
Oggi è visto come normale condividere tutto col pubblico, mettere tutto in piazza. La riservatezza e la dignità di se stessi non sono più una priorità, come invece dovrebbe essere.
Tolti quei pochi amici veri che si possono avere anche su Facebook, tutti gli altri “amici” costituiscono un pubblico, che man mano si espande, per mostrarsi, per riflettere la propria immagine.
Stringere amicizie con chiunque, presentarsi come si vuole, riunirle in un unico grande contenitore senza distinzione d’importanza, porta inevitabilmente ad avere legami instabili, insicuri e precari.
Le relazioni sono ego-centrate; mentre in passato era l’individuo ad essere una parte della rete, oggi con i social è l’individuo che si mette al centro della rete.
Inoltre, la mania, diffusa, di avere il telefono sempre in mano, quasi compulsivamente, sta diventando un automatismo fuori controllo e potrebbe nascondere delle condotte patologiche. E’ dimostrato che l’attaccamento ai dispositivi elettronici provoca infatti nuove tipologie di problemi psicologici o amplifica quelli già presenti.
La dipendenza da Internet, detta anche Internet Addiction Disorder (IAD), si sta diffondendo velocemente. Il primo a parlare di Internet Addiction Disorder è lo psichiatra Ivan Goldberg.
Alla base nella dipendenza da Internet sarebbero sempre presenti forme di fuga, più o meno evidenti, da altri problemi. La fuga, tuttavia, è solo temporanea, perché una volta spenta la connessione i problemi di ogni giorno si riaffacciano e si aggravano, spingendo i soggetti a rituffarsi nel Web, e si innesca un circolo vizioso che è pericoloso, poiché agisce come stressor per i soggetti e può esacerbare le condizioni psicopatologiche preesistenti.
Alcuni psicologi ritengono che è più opportuno parlare di disturbi dell’identità, invece che di una dipendenza da Internet.
È ovvio che alla base di questi meccanismi vi siano dei disturbi dell’identità, in molti casi neppure ben celati.
Il Web offre la possibilità di costruire, distruggere e ricostruire la propria identità tutte le volte che si vuole. Si possono avere anche diverse identità, in un contesto virtuale in continua evoluzione.
Tali possibilità portano però, a lungo andare, a un’espansione e un’alterazione del Sé, fino divenire causa di nuove forme di dissociazione mentale.
L’adorazione delle apparenze ha il suo prezzo e alla lunga presenta il conto.

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